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Davide Marasco, nato il 28 aprile agli Ospedali Riuniti di Foggia, è morto il 19 luglio. Era affetto dalla sindrome di Potter: agenesia di reni,
ureteri e altre malformazioni. Attraverso dolorose procedure invasive si può tentare
di vicariare la funzione renale sottoponendo questi piccoli pazienti alla dialisi,
ma la complessità e la gravità della malattia non possono essere
contrastate dai trattamenti oggi disponibili. Né si può pensare
di rimanere in dialisi dalla nascita fino a 70-80 anni come fosse niente. La
dialisi è una procedura salva-vita ma ha i suoi prezzi specialmente
in età neonatale o pediatrica; i piccoli insufficienti renali lo sanno.
Il trapianto non è uno scherzo, su due reni è improbabile e,
comunque, bisogna arrivarci. Così, tutti coloro che fino ad oggi sono
nati portatori di questa sindrome sono morti, con una sopravvivenza media che
non ha mai superato i 30-35 giorni. Vi è quindi piena coscienza, nel
sapere medico, dell’inutilità di ogni terapia. Non c’è spazio
per le opinioni, non si sta discutendo sul miglior risultato terapeutico che
si può ottenere usando un farmaco o un altro. Che ancora oggi di sindrome
di Potter si muoia è una consolidata evidenza. Dunque, se non si può discutere
sulla qualità della prognosi, soltanto un medico fariseo o uno sciacallo
possono indurre un profano a credere nel contrario.
Questo, in estrema sintesi,
sul piano scientifico.
Sul piano umano la nascita di un figlio è per
lo più una gioia e deve essere davvero terribile l’esperienza
di chi è costretto a spegnerla subito, la gioia, per far spazio al
dolore e alla preparazione in tutta fretta di un lutto fino a quel momento
impensato. Non credo vi possa essere sufficiente lucidità per affrontare
questa situazione. Non tutto può essere chiaro, non tutto può risultare
comprensibile e, forse, vi è una resistenza a comprendere tanto più forte
quanto più è insopportabile sentirsi dire che non c‘è scampo.
Nessuno accetta l’idea della morte quando la vita è all’inizio;
apparentemente è un non-senso.
Ai genitori di Davide non è stato
dato neppure il tempo di comprendere; essi sono stati subito privati della
patria potestà proprio perché avevano indugiato. Se il rapporto
costo umano/beneficio non sarà positivo, non converrà evitare
a Davide inutili strazi? Questa era la domanda. Ma non c’era tempo da
perdere; bisognava agire prima che la malattia uccidesse Davide e, cosa peggiore,
lo uccidesse mentre si discuteva, delineando l’ipotesi della negligenza
di fronte al giudice. Così Davide è stato sottoposto a tutte
le cure del caso e alla fine, dopo 42 giorni di calvario terapeutico, è morto.
Era scritto. Io, come uomo, avrei voluto tacere su questa storia perché quando
qualcuno muore, e male, è meglio tacere. Chiacchiere e dolore non vanno
bene insieme.
Ma come medico non posso tacere, e me ne scuso con i signori
Marasco. Come medico non posso non considerare con quanto cinismo abbiamo agito.
I medici sanno che la biologia non è regolata da leggi "sentimentali" ma
dal codice genetico che comprende una terribile, banale verità: ciascuno
nasce e muore, la morte è un fatto naturale, è parte della vita
come la nascita.
I medici debbono portare questa conoscenza; sono i depositari
di questo sapere, ed è loro obbligo morale affermare la verità soprattutto
quando questa implica l’impotenza terapeutica. Il semplice fatto che
i malati siano neonati o bambini non significa che non debba essere permesso
loro di morire quando è il loro momento, perché questa è la
legge biologica.
Quando la morte è inevitabile il medico deve fermarsi accanto al
piccolo malato, preservarne la dignità, rendere l’esperienza
quanto più significativa possibile per i genitori. Per questo, oltre
alle funzioni di diagnosi e cura, vi è anche l’obbligo di
delineare la prognosi che, lungi dall’essere un’opinione, rappresenta
ciò che più sta a cuore ai genitori: sapere se il loro figlio
soffrirà e quanto, se guarirà o no, se morrà. Per poter
fare un bilancio e cercare di affrontare il destino.
Poi,
nel caso di Davide e dei suoi genitori, noi medici abbiamo trascurato un
altro obbligo: quello della "pietas", la disposizione d’animo
a sentire una dolorosa e premurosa partecipazione all’infelicità altrui
(Devoto-Oli). Perché dire che un essere umano si gioverà o
non si gioverà di un trattamento non è soltanto un giudizio
medico; è affermare anche un giudizio morale, di valore, che deve
includere necessariamente la valutazione di quanta sofferenza
e quanto danno si possono sopportare per considerare la vita
ancora degna di essere vissuta. In tal senso essa appartiene ineludibilmente
ai genitori che, insieme al neonato, porteranno il peso della decisione.
Per questo all’obbligo
della prognosi corrisponde quello della sincerità. Per questo con
la famiglia Marasco siamo stati codardi.
Abbiamo poi commesso
anche un altro tragico errore: abbiamo rinunciato a combattere contro coloro
che ritengono di poter sostituire al sapere esperto del medico un qualsiasi
credo. Abbiamo abdicato alla nostra funzione che è sempre stata quella
di insegnare che la vita è sacra per il valore ed il significato
che noi tutti riusciremo a dargli mentre parlare di sacralità della
vita è fare ideologia, e questa rende ciechi gli uomini fino a legittimare
le stragi.
È così che abbiamo assistito silenziosi ai casi "Vieri", "Bonifacio", "Di
Bella", lasciando che la medicina divenisse pian piano dominio di
giornalisti, magistrati, politici. Ed è così che oggi assistiamo
al penoso trasporto dell’acqua sui sagrati delle chiese o dobbiamo
ascoltare qualche teoreta della ribalta mediatico-politica
come l’On.
Volontè che ha affermato: "(...) Davide dovrà sottoporsi
a dialisi e poi sarà trapiantato e starà benone... I genitori
vogliono consegnarlo invece alla morte, interrompere le cure
e lasciarlo morire... lui che vuol vivere (...)".
Io faccio il medico
da 30 anni, ma parole così tanto violente e macabre non le avevo
mai sentite; solo un uomo annichilito dall’ideologia può pronunciarle
senza sentire almeno per un momento una perplessità, un’esitazione.
Quella stessa esitazione e perplessità che sempre dovrebbero accompagnare
chi si incammina per strade che non conosce e che la stessa dottrina cattolica
definisce come una virtù cardinale: la prudenza.
Così, come medico, sento oggi il dovere di chiedere scusa ai signori
Marasco per come sono stati trattati dai medici.
E non vale qui dire: non siamo tutti così.
5 novembre 2008
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