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Perché il cittadino chiede un secondo parere?
Il presupposto per una partecipazione attiva del cittadino alle decisioni
mediche che lo concernono è il consenso informato. Esso dovrebbe
permettere all'utente dei servizi di esprimere le proprie "preferenze".
Ciò sarà possibile solo alla condizione che il paziente
abbia preliminarmente ricevuto tutte le informazioni "tecniche" sulle
problematiche connesse alle prestazioni proposte per risolvere e gestire
un determinato problema sanitario (benefici, rischi, eventi non desiderati
e incertezze). L'integrazione di tali informazioni "tecniche" nei
valori, negli obiettivi e nelle aspettative di vita del paziente dovrebbero
in principio permettere all'utente l'espressione di preferenze in materia
medico-sanitaria. Inutile negare che molti sono gli ostacoli frapposti
al consenso informato che, in realtà, è un obiettivo "ideale" da
perseguire. L'ostacolo più comune è – anche se può sembrare
paradossale – la fiducia relazionale. Essa infatti inibisce alla
base sia la richiesta di un secondo parere sia il bisogno di disporre
(e soprattutto di chiedere) informazioni supplementari.
Perché il paziente dovrebbe chiedere
un secondo parere?
Da un punto di vista puramente teorico si può affermare che dovrebbe
chiederlo in quanto la medicina non è una scienza esatta e perché la
pratica medica lo è ancor meno. Infatti, all'incertezza della "scienza" medica
bisogna aggiungere quella relativa al grado di aggiornamento del professionista
che la esercita. Le ricerche sulla variabilità delle pratiche
mediche dimostrano che le proposte diagnostiche o terapeutiche per risolvere
un dato problema di salute possono variare in funzione di un gran numero
di fattori ma, in particolare, relativamente al medico che è stato
consultato. Abbiamo ad esempio condotto un piccolo studio con un "falso
paziente" che ha consultato dieci dermatologi mostrando sempre la
stessa verruca che aveva sotto il piede: otto sono state le diagnosi
diverse. La letteratura scientifica sulla "variabilità" è immensa
e per chi la conosce chiedere un secondo parere dovrebbe essere non solo "imperativo" ma
un'attitudine per così dire "naturale". Quindi non essendo
la medicina una scienza esatta ed essendo l'attività clinica molto
variabile in relazione al grado di aggiornamento del medico e dei conflitti
di interesse a cui egli è soggetto, spesso diventa molto utile
chiedere un secondo parere. È tuttavia utile rilevare che il 70-80
per cento dei cittadini crede che la medicina sia una scienza esatta!
In quali casi?
Un secondo parere potrebbe essere particolarmente utile per le diagnosi "importanti" e
per interventi invasivi. Ad esempio, in caso di tumore si sa che anche
la citologia e l'anatomia patologica contano una certa percentuale di
errore. Un secondo parere è quindi utile laddove una diagnosi
non corretta può avere un impatto importante, per non dire devastante,
sulla vita della persona. Quando si tratta di proposte terapeutiche è preferibile
appellarsi a più pareri specialmente nel caso di operazioni chirurgiche
per le quali, come dimostrato da diversi studi, vi è una grande
diversità nel porre le indicazioni e, conseguentemente, una rilevante
variabilità di prevalenza o di incidenza in funzione del medico
consultato, del servizio attivato o di altri fattori quali ad esempio
lo status socio-economico del paziente. Per circa una quindicina di operazioni
chirurgiche comuni ed elettive conviene chiedere un secondo parere. Diversi
studi hanno rilevato elevati tassi di "non conferma" (oltre
il 30 per cento) per questi interventi allorquando si è chiesto
un secondo parere. Probabilmente la conoscenza di questi studi spinge
a far capire l'utilità di chiedere un secondo parere. Uno studio
recente pubblicato sul New England Journal of Medicine ha mostrato come
la chirurgia artroscopica per osteoartrite del ginocchio non dia al paziente
nessun vantaggio apprezzabile (lo dà invece al medico!) rispetto
all'intervento placebo di tipo non invasivo (1).
Qual è l'importanza del secondo parere?
A mio avviso anche pedagogica. Quando si chiede un secondo parere e non
viene confermata la prima diagnosi o terapia, si capisce sulla propria
pelle che la medicina non è una scienza esatta e quindi si dovrebbe
tendere a ridimensionare le attese, che negli ultimi anni stanno diventando
sempre più mitiche, verso la scientificità della pratica
medica e l'efficacia a 360 gradi della medicina. Si contribuirebbe
quindi a ricondurre tali attese alla realtà dell'evidenza della
pratica quotidiana.
Quando si è alla ricerca di un secondo
parere e si raccolgono diagnosi o terapie diverse, come orientarsi
e come
non perdere la fiducia
del medico? Il secondo parere potrebbe rilevarsi un'arma a doppio taglio…
Ho sempre ritenuto utile che, almeno a livello sociale, si promuova un "sano
sospetto" verso l'efficacia e soprattutto l'adeguatezza di tutto
quanto è proposto o prescritto sul cosiddetto mercato sanitario – il
che non significa necessariamente creare della "sfiducia gratuita".
Dagli anni novanta abbiamo diffuso a tre riprese a tutte le famiglie
del Cantone Ticino altrettanti opuscoli in cui veniva spiegato il perché può essere
utile chiedere un secondo parere. Si diceva tra l'altro che il secondo
parere non deve essere visto come un atto di sfiducia verso il medico
poiché la medicina non è una scienza esatta. Si consigliava,
tra l'altro, di non palesare al secondo medico a cui si richiedeva un
parere supplementare su una diagnosi o una terapia che un primo medico
aveva già formulato una proposta. Così facendo si evitava
di condizionare il secondo medico che altrimenti si sarebbe difficilmente
discostato dal primo parere. Questi opuscoli sono stati diffusi dal servizio
sanitario del Cantone Ticino in collaborazione con l'Ordine dei medici.
Per quali interventi veniva suggerito il secondo parere?
Negli opuscoli si consigliava in particolare di chiedere un secondo parere
per queste procedure chirurgiche: colecistectomia, emorroidectomia,
isterectomia (in assenza di una indicazione tumorale), ernia inguinale,
tonsillectomia, raschiamento dell'utero, prostatectomia (anche qui
quando l'indicazione non era un tumore), meniscectomia, cataratta,
vene varicose ed ernia discale (quando non esistevano segni di paralisi
agli arti inferiori o alla vescica).
Quando il cittadino richiede un secondo parere attraverso Internet,
il rapporto medico-paziente non ne soffre?
Oggi giorno si parla molto dell'impatto delle nuove tecnologie dell'informazione
e di come queste possano modificare la relazione medico-paziente, ma
ritengo che da noi questo sia, per il momento, poco vero. Uno studio
condotto negli Stati Uniti, il paese più informatizzato del mondo
e dove la conoscenza della lingua inglese non costituisce problema, ha
rilevato che l'utilizzo di Internet per accedere a informazioni medico-sanitarie è molto
meno frequente dell'atteso e, soprattutto, che questo tipo di informazione
supplementare non modifica il consumo di prestazioni. I problemi posti
dall'utilizzo di Internet da noi sono sicuramente maggiori. In primo
luogo, i siti riconosciuti che prevedono anche una sezione per i pazienti
(Cochrane
Collaboration e
Clinical
Evidence)
presuppongono, per essere consultati, la conoscenza della lingua inglese.
Rimane poi il problema dell'eliminazione dei siti "spazzatura" e
della dimestichezza con la tecnologia informatica. Se pensiamo che probabilmente
sono gli anziani, in quanto più esposti a problemi di salute,
i soggetti che più di altri potrebbero beneficiare dell'accesso
alle nuove tecnologie per ottenere "secondi pareri" teorici,
le difficoltà linguistiche e tecniche che caratterizzano questo
gruppo di popolazione rendono l'impatto di Internet per il momento praticamente
nullo.
Ritornando al tema dell'informazione, il Canton
Ticino è molto
attivo in tal senso e ha lanciato una campagna informativa sul secondo
parere rivolta al cittadino. Come hanno risposto i cittadini a questa
iniziativa?
Nel 1990 abbiamo elaborato e diffuso un primo opuscolo dal titolo “I
tuoi diritti come paziente. Il secondo parere: come, quando e perché?”.
Dopo la sua diffusione, la percentuale di popolazione che annualmente
chiedeva un secondo parere, è passata dal 18 al 30 per cento e
al 38 per cento secondo un sondaggio ancora più recente.
E per quale tipo di prestazione hanno chiesto un secondo parere?
Nel 41 per cento dei casi lo si è chiesto per un'operazione chirurgica,
nel 14 per cento per l'uso di farmaci, nel 33 per cento per prestazioni
di tipo diagnostico e nel 12 per cento per altre terapie non chirurgiche.
Abbiamo anche chiesto ai cittadini come si sono comportati dopo aver
ottenuto un secondo parere diverso dal primo. Il 75 per cento ha optato
per il secondo parere, il 4 per cento ha invece tenuto fede al primo,
mentre solo il 7 per cento ha chiesto un terzo parere e il 13 per cento
ha preferito rinunciare a qualsiasi prestazione. Va osservato che da
noi il 95 per cento dei cittadini considera un diritto chiedere il secondo
parere. È chiaro che un ipocondriaco farà comunque il giro
di tutti i medici indipendentemente dal fatto di percepire o meno questa
pratica come un suo diritto!
Una politica analoga a quella del Canton Ticino potrebbe facilmente
attecchire in un paese come l'Italia?
Credo che in Italia sia più difficile chiedere un secondo parere
per il freno rappresentato dal modello di organizzazione e di finanziamento
del sistema sanitario. Ciascun cittadino fa riferimento ad un medico
di medicina generale e chiedere l'opinione di un altro medico autonomamente
significa pagare la prestazione di tasca propria.
La Sanità pubblica ha il ruolo di istruire
il cittadino al secondo parere?
La Sanità pubblica ha il ruolo non solo di programmare, organizzare
e gestire i servizi e le strutture sanitarie di diagnosi e di cura, ma
anche di attuare una politica che miri alla diffusione della cultura
sanitaria dei cittadini. L'attuale dinamica fondata sulla promozione
della domanda di prestazioni, già di per sé potenzialmente
illimitata, ci porterà nel medio periodo al probabile collasso
economico del sistema oppure ad una medicina, che già esiste,
a due velocità: la medicina "per tutti", caratterizzata
dalle liste di attesa e dai soggiorni in camerate e corridoi, e quella
ad "alta velocità e comfort" per coloro che hanno la
disponibilità a pagare. Questa dinamica si fonda su una visione
mitica sull'efficacia dell'impresa medico-sanitaria. Una visione promossa
in particolare dai media e sostenuta da una miriade di conflitti di interesse
di tipo professionale ed industriale che nell'insieme mirano a trasformare
nel medio-lungo periodo i sani in ammalati abbassando i parametri che
definiscono il "patologico", promuovendo screening di nessuna
o poca efficacia e trasformando condizioni legate al normale processo
d'invecchiamento in condizioni patologiche sotto diagnosticate o sotto
trattate.
Da qui la necessità che qualcuno (lo Stato) si faccia carico di
ricondurre le attese alla realtà dell'evidenza. La promozione
del secondo parere non è che un piccolissimo e parziale passo
in questa direzione.
Ma come ricondurre le attese alla realtà?
Fino a quando le persone preferiranno vivere piuttosto che morire e fino
a quando crederanno che la loro quantità e qualità di
vita dipenderà esclusivamente da sempre maggiori consumi di
prestazioni medico-sanitarie e che tali prestazioni sono tutte adeguate,
efficaci ed indispensabili, l'impresa è probabilmente impossibile
ma necessita di essere almeno sperimentata.
Uno studio recente apparso sul JAMA mostra come l'80 per cento degli
statunitensi preferisce ricevere gratuitamente l'opportunità di
sottoporsi ad un "body-scanner" ogni anno piuttosto che ricevere
un regalo di 1000 dollari… A questo punto credo proprio che non
ci sia più speranza! Purtroppo quella logica "irresistibile" che
sia sempre meglio diagnosticare al più presto una patologia, è ormai
passata a livello sociale.
Quindi, meno screening di piazza…
Qui ricadiamo nel problema del consenso informato il cui presupposto è l'informazione:
prima devi dare l'informazione affinché l'interessato sia poi
in grado di esprimere le proprie preferenze di consumo. Come detto, molti
sono gli ostacoli al consenso informato: lo stato sanitario in cui si
trova il paziente, l'incertezza della scienza e della pratica medica,
le capacità di comunicazione del medico ed il grado di comprensione
del paziente.
La soluzione obbligata è la non-informazione?
Fortunatamente non sempre… Ad esempio, nel caso degli screening
vi è, a mio avviso, un obbligo etico assoluto di pre-informare
in modo esaustivo perché, con gli screening, si invitano delle
persone soggettivamente sane a cercare delle malattie (e penso ai tumori)
che nessuno di noi vorrebbe che gli siano diagnosticate. Diventa quindi
prioritario dare un esaustivo bagaglio di informazione sui reali benefici,
sui possibili eventi non desiderati, sui rischi e sulle incertezze che
questi singoli programmi comportano e sulle effettive possibilità di
cura e probabilità di "guarigione" nel caso l'esame
sia positivo. Solo così il cittadino potrà decidere se
sottoporsi o meno a questa sorta di lotteria sociale che è lo
screening. Vi è quindi un obbligo di informare "ex-ante",
soprattutto per quelle indagini diagnostiche i cui benefici sono dubbi,
non provati oppure infimi e quando le possibilità di guarigione
sono poche. Ad esempio, nel caso del cancro alla prostata non c'è per
il momento nessuna evidenza che chi si sottoponga allo screening del
PSA avrà poi una riduzione della mortalità. Eppure questo
esame è sistematicamente promosso.
E nel caso della mammografia?
La totalità degli opuscoli distribuiti dagli enti che promuovono
questa indagine è non solo altamente disinformativa ma per la
maggior parte può essere considerata "spazzatura". La
dottoressa Giordano e il dottor Segnan, che dirigono il programma di
screening a Torino, hanno condotto un'analisi degli opuscoli distribuiti
in Italia che è a tal proposito illuminante circa la sistematica
non-informazione (2). Uno studio recente ha mostrato che in Italia l'80
per cento delle donne crede che la mammografia annulli o riduca il rischio
di ammalarsi di cancro al seno (sic!), e negli altri paesi analizzati
(Svizzera, Gran Bretagna, USA) la percentuale è più o meno
di questo ordine di grandezza (3). Tale percezione ormai diffusa è la
conseguenza di un'informazione parziale, non corretta ed intrisa di conflitti
di interessi. Qualcuno dovrebbe farsi carico di correggerla…
Gli interessi di chi?
Per esempio dei produttori di mammografi. Ho sotto mano un opuscolo sottoscritto
anche da Veronesi (che di fatto con la sua firma avallava scientificamente
la disinformazione) ma prodotto e distribuito dalla General Electric
che costruisce e vende mammografi. Il messaggio trasmesso è a
senso unico, si parla solo di benefici (e nemmeno quantificati) senza
far cenno a nessun evento indesiderato. Anche un uomo dopo aver letto
l'opuscolo avrebbe il desiderio di andare a farsi una mammografia.
Chi ha prodotto questa informazione è in una situazione di evidente
conflitto di interessi e probabilmente anche chi lo ha omologato. Non
va infine dimenticato il conflitto di interessi dei promotori dei programmi
di screening che di regola producono anche gli opuscoli cosiddetti "informativi" e
che si guadagnano il pane facendo mammografie. Non è infatti
nel loro interesse quantificare i reali benefici dello screening espressi
in valore assoluto (secondo la visione "ottimista" si tratta
di 3 decessi per tumore alla mammella evitati ogni 1000 donne di oltre
cinquant'anni d'età che si sottopongono ogni 2 anni e per 10
anni alla mammografia) e soprattutto gli eventi indesiderati (falsi
positivi, biopsie chirurgiche inutili, numero di casi a cui è stata
anticipata la diagnosi di 3-4 anni senza benefici, falsi negativi,
ecc.), poiché ciò potrebbe comportare una diminuzione
del tasso di partecipazione al programma. Non è un mistero che
oggi si domina con la seduzione e quale miglior messaggio se non quello
di dire che grazie alla nostra efficacia la morte sta per diventare
un "optional"! Va da sé che in nessun opuscolo o notizia "ufficiale" sono
state menzionate le conclusioni della meta analisi condotta secondo
la metodologia della Cochrane Collaboration e pubblicata su Lancet
(4) secondo cui lo screening non diminuiva la mortalità per
tumore alla mammella.
Ci tengo qui a dire che non ho nulla contro la mammografia, il problema è che
bisogna mettere le donne nella condizione di prendere loro stesse la
decisione di fare o no l'esame. Gli screening alla "Pol Pot" non
mi sono mai piaciuti.
A maggior ragione la Sanità pubblica ha
il dovere di dare un'informazione non dogmatica…
Credo proprio di sì, in particolare sugli screening. Un'informazione
quindi che quantifichi i benefici secondo le conoscenze del momento (e
renda conto delle incertezze e delle controversie scientifiche) e metta
sull'altro piatto della bilancia gli eventi non desiderati cercando di
quantificare il tutto in valore assoluto e non relativo. Ad esempio non
serve a nulla dire che la mortalità è ridotta del 33 per
cento ma bisogna quantificarla in termini assoluti (si eviterebbe un
decesso ogni 100 mila persone in un anno, i decessi sarebbero stati invece
tre senza l'intervento).
Ma voi concretamente cosa avete proposto ai cittadini?
Per quanto attiene gli esami diagnostici, abbiamo proposto al cittadino
alcune domande da porre al medico, del tipo:
- Quale malattia può essere diagnosticata con l'esame che mi
propone? (Paradossalmente la maggior parte delle volte non viene spiegato
al paziente a cosa serve un esame diagnostico prescritto).
- Qual è la
precisione dell'esame? Qual è la probabilità di
avere dei risultati falsi positivi (cioè che rilevano la presenza
della malattia quando in realtà non c'è) e falsi negativi
(cioè che non mettono in evidenza la malattia quando in realtà c'è)?
- Qual è l'incidenza della malattia nella popolazione? Quante
persone sono colpite all'anno ogni 100, 1000, ecc. abitanti?
- Qualora
la malattia fosse diagnosticata, potrà poi essere curata
e guarita? Se sì, con quale probabilità di successo?
Quest'ultima domanda non è banale poiché, oggigiorno,
all'importante sviluppo della diagnostica non corrisponde un uguale sviluppo
delle possibilità terapeutiche.
26 maggio 2004
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- Domenighetti G, D'Avanzo
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Gotzsche PC. Cochrane
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