In che modo le nuove tecniche di fecondazione assistita si riflettono sul modo di intendere concepimento e maternità?
I cambiamenti introdotti dalle nuove scoperte toccano l'aspetto più profondo della nostra identità, il generare e l'essere generati. I problemi legati alla fecondazione assistita e alla riproduzione artificiale, hanno implicazioni psicologiche ed emotive profonde che non possono essere trascurate. All'interno del dibattito bioetico rappresentano un aspetto particolarmente complesso e impervio in virtù dello sviluppo di questioni mediche, morali e giuridiche, che si intrecciano intorno al delicato tema del concepimento e della nascita. I cambiamenti intervenuti nell'arco dell'ultima generazione costringono, infatti, a riconsiderare l'evento della nascita secondo modalità impensabili fino a pochi decenni fa. La separazione della sessualità dalla fecondazione (attraverso i contraccettivi prima, con la fecondazione assistita poi) ha interrotto la linearità della catena generativa,e ha violato le Colonne d'Ercole di fronte alle quali il desiderio e la possibilità di maternità si erano tradizionalmente fermati, accogliendole come un limite invalicabile.
Sganciare la sessualità e la fecondità dal generare apre a nuove possibilità terapeutiche, ma da anche vita ad un concetto alternativo di procreazione che tocca corde nuove dello scenario bioetico. Quali?
Sicuramente altera in maniera radicale i nostri tradizionali schemi di riferimento in merito alla nascita della vita, e ci costringe a confrontarci con percorsi inusuali che suscitano angosce profonde e risultano spesso ostici al pensiero. Alcune mi sembrano le conseguenze più evidenti: la generazione sganciata dalla sessualità e dalla fecondità può diventare un evento esterno affidato all'istituzione medica, evento che si gioca fuori dall'intimità della coppia e sollecita l'investimento su altre figure (il ginecologo, l'équipe medica), le quali rischiano di colludere in modo incontrollato e onnipotente con il desiderio del figlio a tutti i costi. L'intervento di un terzo, sia che si tratti di un donatore, che di un utero in affitto, mette in discussione l'aggancio all'origine e le radici dell'identità. Le nuove frontiere, inoltre, toccano situazioni ancora più estreme: le madri-nonne, la maternità e paternità post-mortem, la possibilità di concepire per coppie omossessuali, fino alla donazione di ovuli e spermatozoi.
In qualche modo si offre all'uomo la possibilità di superare i limiti che la natura gli impone…
Gli sviluppi delle biotecnologie danno corpo e realizzazione concreta ai fantasmi e alle fantasie, che hanno accompagnato l'evoluzione dell'uomo e che sono alla base delle sue costruzioni mitologiche, in particolare alla fantasia di infrangere i limiti impostigli dalla sessualità e dalla morte. L'alterazione dell'atto del concepimento implica anche un'alterazione profonda dei confini personali e solo da poco tempo si è cominciato a considerare la complessità delle dinamiche emotive e psicologiche che tutto ciò suscita, nonché le conseguenze di ciò sul nostro modo di concepirci e di concepire le relazioni.
È merito di Freud e della psicoanalisi aver riconosciuto "l'universale influenza della sessualità come appartenente alla generale struttura della natura umana" e aver illuminato la natura inconscia del desiderio materno, spostando il discorso dal biologico allo psichico. Oggi, il ventaglio di nuove possibilità terapeutiche, attraverso il prevalere dell'agire concreto, di azioni e di gesti, rischia di oscurare la dimensione simbolica e le risonanze fantasmatiche collegate all'atto del concepimento nelle sue nuove forme. Ciò a cui assistiamo sembra, infatti, riconsegnare il desiderio materno dallo psichico al biologico, dove il corpo nella sua concretezza e le azioni collegate ad esso prendono il sopravvento, ostruendo l'elaborazione del significato dell'esperienza e opacizzando il pensiero.
Di fronte a questi nuovi scenari cosa occupa l'attenzione dello psicoanalista?
È difficile stabilire un confine tra il nuovo fuori di noi, che cerchiamo di governare e dominare, e noi stessi che veniamo cambiando come conseguenza di questi fatti nuovi, che toccano e mutano alle radici il nostro senso di identità e appartenenza. La psicoanalisi si trova di fronte a trasformazioni che investono direttamente il suo oggetto di indagine, vale a dire il rapporto mente-corpo e la sessualità, e contemporaneamente l'oggetto trasformato mette alla prova il suo apparato concettuale. Se il nuovo, per il suo carattere di estraneità, si colloca nell'ordine della non-rappresentazione e del non-legame e non trova integrazione nella realtà psichica, ciò si configura come trauma per il pensiero che cerca di pensarlo. Il trauma è all'origine della nascita della psicoanalisi in un duplice senso. Trauma come oggetto originario della sua indagine e del suo pensiero teorico-clinico che si va costruendo a partire dagli Studi sull'isteria, e trauma essa stessa, in quanto movimento che propone al secolo che si chiude un pensiero eversivo ed inquietante.
È in grado la psicoanalisi di accogliere all'interno del proprio apparato teorico-clinico il nuovo che avanza?
Oggi un sistema di valori, codici, identità condivisi sta entrando in crisi e ci chiama in causa con nuove responsabilità. Il quadro che viene mutandosi sotto i nostri occhi impone di essere pensato, ma ciò richiede una trasformazione del modo di pensare che ci è familiare. La cesura, il trauma proposto dalle biotecnologie è rappresentato dall'inversione dei termini: ciò che prima era "fantasia" può concretizzarsi e trovare realizzazione nella realtà.
Una trasformazione della realtà che richiedere nuove categorie per pensarla e rielaborare il 'nuovo trauma'?
Sono i fatti oggi a proporre "l'altra scena", una scena che può apparire come il ritorno del rimosso e la materializzazione dei fantasmi inconsci. A seguito di questa redifinizione di campo la psicoanalisi, da una parte, si trova di fronte a qualcosa che ancora non ha trovato o deve trovare all'interno del pensiero psicoanalitico uno spazio, un tempo, un'attenzione per poter emergere ed essere rappresentato mentalmente, dall'altra, il rischio è di ricorrere a categorie e concetti precedentemente elaborati e sovrapporli al nuovo, per controllarlo e ricondurlo all'interno del proprio ordine. Ciò che si trasforma intorno a noi ci chiama a una problematizzazione del nostro sapere per poter svolgere ancora la funzione di "oggetti trasformativi" rispetto alle domande dei nostri pazienti. Per pensare la nascita nell'era delle biotecnologie, le trasformazioni a cui l'atto del concepimento va incontro e le trasformazioni che investono l'origine dell'uomo, sembra dunque necessaria la nascita di elementi nuovi all'interno del pensiero psicoanalitico. Si tratta di individuare le questioni legate all'impatto delle nuove tecnologie sulla situazione clinica. E forse è proprio partendo dalla clinica che il pensiero psicoanalitico può incominciare a interrogarsi e provare a far nascere nuovi pensieri per rispondere alle questioni che il nuovo che avanza ci propone.
24 maggio 2006
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