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Professore
Bert, domanda preliminare: una definizione essenziale di medicina narrativa.
La
medicina narrativa è un insieme di competenze comunicative
di elevata qualità che vanno acquisite con una specifica formazione
e contribuiscono a strutturare nel medico un atteggiamento mentale atto
a facilitare da parte del paziente l’espressione della sua esperienza
di malattia, favorendo così la costruzione di una relazione terapeutica
efficace. Questa crea a sua volta un contesto di cooperazione che aumenta
il benessere sia del malato sia, cosa importante, del medico.
Perché e come la medicina narrativa deve convivere con
la medicina basata sulle evidenze?
Col termine malattia si
indicano due cose abbastanza diverse: un processo biologico specifico
ben definito, quello, per intenderci, dei libri di testo; e l’esperienza
che di essa hanno il malato e i suoi familiari. L’EBM è al
momento lo strumento migliore per trattare la patologia intesa come
processo biologico; gli aspetti psicosociali richiedono l’uso
di altre tecniche non meno importanti, basate sulle medical humanities,
quali il counselling e, appunto, la medicina narrativa. Esse completano
e integrano l’EBM e non sono ad essa in alcun modo alternative:
un buon medico deve possedere entrambi questi strumenti.
La medicina basata sulle evidenze sottolinea, dunque, nel rapporto
medico-paziente, una rivalutazione del confronto dialogico, dell’ascolto,
dell’empatia: condizioni – tutte – tanto celebrate
ed auspicate quanto, altrettanto spesso, tuttora latitanti. E ciò,
nonostante che"The illness narrative" del Kleinman, sia
apparso ben 19 anni or sono! Perché?
È una latitanza tipicamente italiana: in altre nazioni le medical humanities fanno da tempo parte del curriculum formativo del medico.
Kleinman è un antropologo, e di antropologia nelle Facoltà mediche
si parla poco o niente, come del resto di filosofia, di etica, di counselling,
di narrazione, di tecniche del colloquio, di relazione medico paziente.
Non so perché… Che sia una reazione all’atteggiamento
antiscientifico che per anni ha dominato nella scuola secondaria superiore?
In particolare, dove può il lettore del suo libro attingere
a strumenti dottrinali e pratici idonei allo scopo
sopra auspicato?
A parte la vastissima bibliografia che ho
esplorato solo parzialmente, esistono oggi alcune (poche peraltro)
agenzie formative che organizzano corsi di counselling e di medicina
narrativa per operatori sanitari. La scuola che ho contribuito a fondare
ormai più di dieci anni
fa (Istituto CHANGE di Torino, www.counselling.it) ha formato e continua
a formare medici e infermieri alla comunicazione professionale, di cui
la medicina narrativa è elemento fondamentale.
Non sarebbe utile – a suo parere – che nelle Facoltà universitarie
di Medicina fosse inserito un insegnamento su metodi e tecniche della
relazione con i malati?
Certo che sì! Le competenze di tipo umanistico, in particolare
filosofia, etica, antropologia, tecniche della comunicazione dovrebbero
affiancare l’intero curriculum medico, attualmente sbilanciato
sul versante biotecnologico. Suscita tuttavia un certo ottimismo l’introduzione
del counselling nel Corso di laurea di infermieristica pediatrica di
Torino, sia pure"forzando" un po’l’insegnamento
di pedagogia.
In mancanza, quali consigli darebbe, al proposito, ad un neolaureato
in medicina? Non riterrebbe preliminare raccomandargli la distinzione
basica tra"Disease" e"Illness"? Tra dolore-sintomo
e sofferenza-segnale? Tra ascolto e auscultazione?
Apprendere
dai libri e dalle riviste gli elementi di base è assolutamente
necessario, anche se non sempre sufficiente. Mi sorprende ogni volta
incontrare medici giovani che questi concetti ignorano completamente… E
sì che riviste come il BMJ li trattano con notevole frequenza.
Poi, però, la partecipazione diretta a momenti formativi specifici
si impone.
Nel recente"Narrative Medicine: honoring the stories
of illness", Rita Charon esemplifica teoria e pratica della sua
medicina"biografica" nel capitolo dedicato alla cosiddetta"Parallel
chart": una sorta di diario mèntore: utile supporto, a
giudizio dell’autrice, alla formazione professionale, che deve
essere un insieme di sagacia tecnica e solidarietà. Non sarebbe
utile introdurne l’uso anche negli ospedali italiani?
La
cartella clinica parallela proposta da Rita Charon è uno strumento
prezioso, purché sia guidata da docenti esperti: essa è,
infatti, una cartella centrata sulla relazione di un particolare medico
con un particolare malato, e serve ad esplicitare le emozioni, le risonanze,
le risposte che tale relazione suscita nel medico. È un utile mezzo di autoconoscenza e di valutazione della giusta distanza. Se,
però, non è guidata
da persone con l’esperienza della Charon, può risultare
rischiosa, come avviene ogni volta che si dà il via libera alle
emozioni…
Bertolt Brecht soleva denunciare: «qualcosa manca in un
mondo che predilige le macchine all’uomo» e, più recentemente, è stato
Claudio Magris a scrivere che «la poesia non è meno precisa
e rigorosa della scienza». Non crede che la rivalutazione delle
cosiddette medical humanities migliorerebbe lo scambio dialogico (narrativo)
nella pratica medica e dunque la capacità di interpretazione
del curante per farsi realmente carico del malato?
Sono convinto
che la maggior parte dei medici non preferisca affatto la tecnologia – le"macchine" – alla
relazione col malato: l’assenza di formazione alle medical humanities è per
molti medici causa di imbarazzo, di disorientamento, di malessere, di
stress e di burnout, come è stato più volte sottolineato
da indagini e da ricerche specifiche.
Riuscirebbe, per i nostri lettori, a sintetizzare in cinque
attributi il contenuto di"alleanza terapeutica"?
- Ascolto attivo e non semplice beneducato stare a sentire.
- Dialogo
e non alternanza o somma di monologhi.
- Rispetto per ciò che il
paziente porta: per quanto stravagante o irrazionale ci possa sembrare,
esso ha senso per lui.
- Umiltà da parte del professionista:
uno scienziato non ha certezze, né dogmi, né verità assolute.
- Generosità:
non basta comportarsi come se dell’altro
ce ne importasse; occorre che ce ne importi davvero.
10 ottobre 2007 |