| Su penne, libri, medici e viaggi | ||||
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Intervista a Michael
A. Steinman |
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Sull'American Journal of Medicine (maggio 2001, pagg. 551-557) sono stati pubblicati i risultati di una sua ricerca, condotta insieme a Michael G Shlipak e Stephen J McPhee, in un articolo intitolato "Of principles and pens". Perché ha voluto indagare sull'influenza dei doni dell'industria farmaceutica sui comportamenti e gli atteggiamenti dei medici? I regali delle industrie li troviamo ovunque, ma pochissime ricerche sono andate a vedere cosa ne pensano i medici e come reagiscono di fronte a questo genere di promozioni. Questo ci è parso sorprendente, se pensiamo che le aziende farmaceutiche spendono più di 5 miliardi di dollari per visitare i medici negli ambulatori e negli ospedali degli Stati Uniti: in media, più di 9 mila dollari l'anno per ciascun medico. Ci interessava soprattutto conoscere gli atteggiamenti ed i comportamenti dei cosiddetti "residents" ospedalieri, perché è in gioco molto di più che non la semplice influenza a breve termine sulla singola prescrizione. Durante il suo periodo di formazione, infatti, il giovane medico apprende e fa propri dei modelli di comportamento che sono destinati a determinare i suoi valori professionali per l'intero arco della carriera.
Ci auguriamo che il conoscere come la pensa il giovane medico e come si pone nei confronti dei doni che gli vengono offerti possa servire per costruire programmi formativi capaci di aiutarlo a mantenere un atteggiamento di vigilanza critica nei confronti delle relazioni con l'industria. C'è ancora molta strada da fare. La letteratura su questi temi sta lentamente crescendo, ma molte cose ancora non le conosciamo. Diverse società scientifiche ed ordini professionali hanno preparato delle linee-guida sull'argomento, ma si tratta di documenti poco conosciuti e spesso ignorati.
La grande maggioranza dei giovani medici considera accettabili sette di questi nove omaggi. I soli regali ritenuti sconvenienti da più della metà dei medici intervistati sono le borse ed i finanziamenti per viaggi. Successivamente, siamo andati a vedere quali criteri usano i resident per giudicare l'appropriatezza dei diversi regali, scoprendo che il giudizio dipende in misura maggiore dal costo che dal valore educativo del dono. Per esempio, l'85% di quanti hanno risposto ritiene giustificato accettare una penna in regalo - non ha alcun valore educazionale ma costa poco - mentre solo la metà dei medici considera corretto accettare l'invito per una costosa trasferta congressuale - sebbene si tratti di un'iniziativa potenzialmente formativa.
No, sebbene dipenda dal tipo di regalo. Tutti i giovani medici che giudicano sconveniente l'offerta di una penna o di una cena hanno accettato questi stessi "omaggi" almeno una volta. Persino per i regali più costosi, come gli eventi ricreativi o i trattati specialistici, almeno la metà dei medici che non li vede con favore li ha comunque accettati o li avrebbe accettati se gli fossero stati offerti. La ragione di questa contraddizione tra le attitudini ed i comportamenti non è chiara. Ad ogni modo, è probabile che le consuetudini proprie dell'ambiente medico che incoraggiano ad accettare regali rendano difficile il fatto di rifiutarli anche ai medici che si sentono a disagio nel riceverli. Inoltre, la tentazione di una buona cena o di un dono prezioso può essere particolarmente forte per un giovane medico, pressato dagli impegni di lavoro o dai costi delle scuole di specializzazione.
Probabilmente, il motivo principale è che i medici credono che tanto più è prezioso un regalo tanto più è probabile che finisca con l'influenzare la prescrizione. È un dato venuto fuori da studi precedenti. Ad ogni buon conto, anche altri fattori possono entrare in gioco. Alcuni medici possono avere il timore che accettare un dono di valore possa dare l'impressione di scorrettezza. Altri possono provare disagio nel pensare che il costo di questi doni sia, alla fine, sostenuto di fatto dai malati.
La questione del condizionamento - reale o percepito - sembra essere di cardinale importanza nell'approccio del medico al problema. Non sorprende sapere che il 61% degli intervistati non ritiene che il proprio comportamento prescrittivo possa essere influenzato dai rapporti che intrattiene con gli informatori farmaceutici, mentre il 75% degli stessi medici è convinto che ciò non sia vero per i colleghi. Abbiamo ricevuto una serie di lettere che può gettare luce sulla questione. Più di un resident sostiene che il proprio bagaglio di conoscenze sia tale da garantirgli autonomia al momento di decidere la terapia per il malato. Altri dichiarano che le decisioni cliniche sono comunque ampiamente predeterminate sulla base dei prontuari e delle restrizioni imposte dalle agenzie governative. Molti giovani medici affermano semplicemente di fare come se gli informatori non esistessero anche quando accettano i loro regali. Infine, un buon numero di resident dà un'altra spiegazione al proprio comportamento: le ristrettezze economiche in cui si trovano e gli orari di lavoro ai quali sono costretti giustificano ampiamente queste ricompense. |
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