Di fronte all'evidenza del conflitto d'interessi,
molte riviste biomediche estere richiedono agli autori la disclosure
esplicita, in calce agli articoli pubblicati, di ogni eventuale legame
economico con le farmaceutiche. Cosa ne pensa, in termini di efficacia,
di questa linea d'azione intrapresa per fronteggiare il problema?
Cartabellotta
Tre pareri mi suggeriscono la risposta:
- Cech e Leonard, riportando un modello rigido per governare
i conflitti di interesse (CdI), definiscono la disclosure come "a
bit like bolting the barn door after the horse has fled" (Cech
TR, Leonard JS. Science and business. Conflicts of interest--moving
beyond disclosure. Science 2001; 291: 989);
- per Liberati, "se la medicina e la sanità costituiscono
un bene di mercato, i CdI sono parte integrante delle regole del gioco
e il problema sostanziale diventa l'insieme di regole per non esagerare
nella furbizia permessa" (Liberati A. Il
conflitto d'interessi in campo medico. In: L'integrità della
ricerca biomedica nell'era dell'Evidence-based Health Care. Bologna,
23 novembre 2001);
- secondo Giovanni Fava, discutendo di CdI, evitiamo scontate
associazioni: gli editor delle riviste sono "buoni", l'industria
farmaceutica è "cattiva", i ricercatori sono le "vittime"(Fava
GA. Conflict of interest and special interest groups. Psychother Psychosom
2001; 70: 1-5).
Tutto ciò fa ragionevolmente presumere che la disclosure
sia condizione necessaria, ma non sufficiente per governare
i CdI e che è indispensabile avviare, a tutti i livelli, iniziative
di responsabilizzazione sia dei ricercatori, sia dei comitati etici aziendali.
Mi si consenta, in ogni modo, di annotare alcuni aspetti pratici della
disclosure. Primo, CdI e "relazioni pericolose" sono
riferite, in prevalenza, alla ricerca primaria (sperimentazioni cliniche).
In realtà, spesso hanno molto più impatto sulla pratica
clinica gli studi integrativi, in particolare le cosiddette "revisioni
narrative" dove gli opinion leader hanno ampia libertà di
ricerca, selezione e sintesi delle evidenze (vedi gli esempi
di CdI sui calcio antagonisti e sul fumo passivo; Barnes e Bero,
1998). Oltre a definire regole metodologiche per la produzione di
tali revisioni (a mio avviso, tra i prodotti editoriali più letti
dai clinici), desta preoccupazione che anche le fonti secondarie promosse
dalla evidence-based medicine quali strumenti affidabili di sintesi
della ricerca - revisioni sistematiche (Koepp
e Miles, 1999), linee guida (Choudhry
et al., 2002; Papanikolaou
et al., 2001; Lenzer
et al., 2002), analisi economiche - inizino a risentire
dei CdI. In particolare, per quanto concerne le linee guida, è
assolutamente indicativo il titolo di un editoriale - "Clinical practice
guidelines: time to move the debate from the how to the who" - a
commento del difficilissimo parto di linee guida australiane sull'uso
degli inibitori delle COX-2 (Edmonds JP, Day RO, Bertouch JV. The road
to consensus: considerations for the safe use and prescribing of COX-2-specific
inhibitors. Med J Aust 2002; 176: 332-4).
Rispetto a collocare la disclosure in calce agli articoli, trovo molto
più efficace la proposta (informale) di Alpert
JS e coll., secondo i quali dovrebbe essere riportata in grassetto
accanto ai nomi degli autori, nella prima pagina dell'articolo. In
altre parole, se stiamo facendo tanto rumore per il CdI, non releghiamo
le informazioni in merito in una sede marginale (altrimenti, presto qualcuno
parlerà di "disclosure location bias").
E' indispensabile prevedere per la disclosure un sistema di
codifica oggettivo, sia quantitativo (entità dell'importo finanziario
ricevuto, magari in fasce) sia qualitativo (la natura della relazione
finanziaria dovrebbe essere specificata). Questo permetterebbe di archiviare
le informazioni sul CdI nei maggiori database (ad esempio, Medline), consentendo
all'utente di includere anche questo tipo di filtro nella ricerca bibliografica.
Tansella
Innanzitutto mi pare necessario inquadrare questo problema in un contesto
più vasto, ed affrontare le questioni etiche della ricerca scientifica
in tutti i loro aspetti. Il dibattito che c'è stato finora
su questi temi è stato insufficiente ed anche parziale. Esaminare
la parte che riguarda il conflitto d'interessi che attiene ai rapporti
economici tra industria farmaceutica ed autori di articoli scientifici,
è allo stesso tempo importante e riduttivo. Importante perché,
per dipanare una matassa, bisogna pure cominciare da un filo; riduttivo
perché rischia di accendere i riflettori su di un aspetto del problema,
lasciando in ombra altri aspetti, che pure sono importanti.
Quando vengono accesi i riflettori, spesso ciò succede perché
non si può più continuare a tenere nell'ombra fatti,
noti da tempo, ma diventati, per ragioni apparentemente occasionali, oggetto
di particolare attenzione o addirittura di scandalo sui media. Ricordo,
però, che non sempre gli "scandali" (come quello da voi
citato, di cui ha dato notizia la BBC il 12 marzo u.s., a proposito delle
migliaia di medici tedeschi ai quali la GSK avrebbe offerto viaggi per
assistere ai Campionati del Mondo ed alle gare di Formula Uno) scoppiano
a caso, che non sempre la scelta dell'oggetto dello scandalo - tra le
varie scelte possibili - è accidentale, e che non sempre il momento
dello scoppio è fortuito. In altri termini, almeno per quanto riguarda
gli scandali "industriali", sospetto che questi avvenimenti,
questi "scoppi" siano parte del conflitto o meglio dello scontro
commerciale tra industrie. Ben vengano gli scandali per cominciare
a far luce su questioni importanti. Poi, però, bisogna continuare
a tener accesi i riflettori e spostare il cerchio di luce per esplorare
il campo a vasto raggio.
Gli interessi commerciali dell'industria nella ricerca biomedica (si noti
che non è solo l'industria farmaceutica ad essere interessata)
sono veramente giganteschi. Il punto è che, a mio avviso, è
difficile per i ricercatori ed anche per i medici rimanere completamente
"immuni" ed evitare di esporsi all'influenza (spesso non
palese ed indiretta, quindi difficilmente identificabile) che quegli interessi
hanno sul loro lavoro. Si tratta quindi di attivare misure e protezioni
che limitino il più possibile i rischi, che evitino le esposizioni
alle dosi medio-alte, oltre che a quelle tossiche; penso quindi a soluzioni
sul piano "quantitativo", più che a misure "qualitative"
(essere esposti o non esposti). Ma i ricercatori ed i medici non devono
essere lasciati soli. E' indispensabile un intervento regolatore e di
controllo, puntuale e severo, da parte degli Enti Pubblici, delle associazioni
professionali, delle associazioni per la difesa dei cittadini, dei malati,
dei familiari.
Per rispondere alla sua domanda la disclosure del conflitto è un'iniziale,
abbastanza blanda iniziativa per aumentare la trasparenza. Ma si sa che
alcune dichiarazioni di assenza di conflitto non sono veritiere. Ebbene
qual è la sanzione prevista in questi casi?
Inoltre, per fare un altro esempio, alcuni ricercatori ed alcuni medici
dichiarano di riuscire a rimanere "immuni" o per lo meno a "proteggersi"
dal conflitto d'interesse lavorando (ad esempio facendo seminari e conferenze,
direttamente o indirettamente promozionali) e pubblicando (review e testi
divulgativi, direttamente o indirettamente promozionali) per più
industrie contemporaneamente e rendendo manifesta questa loro molteplicità
di legami, all'interno dei quali conserverebbero, comunque, la loro autonomia
di giudizio. Considerando che la maggior parte di loro svolge un'intensa
attività per l'industria e che quindi il problema è "quantitativamente"
rilevante, trovo quelle loro argomentazioni patetiche.
Cagliano
L'autodenuncia d'interessi o legami tra gli autori di un'indagine
e un'industria farmaceutica non basta a confermare o contrastare
la parzialità (eventuale) della medesima. E non solo, perché
ci sono state e ci sono ricerche egregie finanziate dall'industria e articoli
solo con conflitti d'altro genere, non meno seri, per esempio con la decenza
logica o l'inutilità sociale. Sarebbe spiacevole se passasse l'idea
che l'assenza di un legame o interesse degli autori è segno di
nobiltà intellettuale e la condizione contraria un marchio d'infamia.
Detto questo - però - resta un problema, due anzi:
- primo, il conflitto d'interessi è un problema serio, in particolare
dove non se ne parla come in Italia;
- secondo, che fare?
Se i medici fossero così preparati e avveduti da capire da soli
le magagne metodologiche di un'indagine o da non lasciarsi irretire da
firme o marchi illustri, se fosse così - dicevamo - sarebbe la
cosa migliore. Ma, purtroppo, non è così. La vulnerabilità
dei medici su questo piano è un po' come la spesa promozionale
dell'industria: tanta e in espansione. Ben venga allora ogni misura
utile a contrastare il fenomeno, per esempio la promozione dell'informazione
indipendente, un premio per chi s'informa, corsi di aggiornamento su cosa
sia la significatività statistica e simili. Anche la disclosure
esplicita in calce agli articoli di ogni legame economico con l'industria
farmaceutica. Non bastano, ma contribuiscono.
Masera
Non ho elementi per valutare l'efficacia. Ritengo che la sua [
della disclosure, n.d.r.] applicazione sia opportuna
per promuovere la trasparenza e sensibilizzare la comunità scientifica
al problema.
Tavazzi
Credo che la disclosure sia utile, quindi sono favorevole.
Ho perplessità sul metodo e su un possibile uso negativo
da parti prevenute di un giornalismo sensazionalista.
Il metodo va equilibrato. I legami economici possono essere molto diversi
(da un modesto fee-rimborso per partecipazioni a convegni, a compartecipazioni
azionarie), una impostazione categorica sì/no potrebbe essere più
confondente che espressiva. D'altra parte non è possibile scendere
in dettagli, per ragioni pratiche e per ragioni di privacy; il medico
ricercatore non è un uomo pubblico con il dovere di una esplicitazione
esaustiva dei suoi interessi economici. Quindi, la formulazione del legame
di interesse non è un aspetto marginale.
Inoltre, un racconto giornalistico sbrigativo e approssimativo degli eventuali
legami dichiarati da parte di una personalità medico-scientifica
potrebbe lederne la credibilità.
Resta poi la domanda: come uso le informazioni che ottengo dopo che
so che esiste un qualche legame economico tra autore (o relatore) e azienda?
Non ci credo? Ci credo "un po'"?
Tutti i membri degli organi coordinativi di grandi trial (da cui vengono
le informazioni su cui si basano le "raccomandazioni" sull'uso
dei farmaci o devices terapeutici) e tutti i membri delle Task forces
che formulano le Linee-Guida sono attivi in ricerche sponsorizzate (ad
esempio: Lenzer
J et al. BMJ 2002; 324: 723-9).
Garattini
Il problema è molto complesso e non si risolve con semplici ricette.
Occorre un cambiamento di cultura, soprattutto, da parte dell'industria
che sempre di più tende a trattare il farmaco come qualsiasi altro
genere di consumo. L'iniziativa degli editori delle maggiori riviste
mediche sarà certamente utile purché non venga vista come
un'imposizione facilmente aggirabile, ma come un invito ad una maggiore
responsabilità nell'apporre il proprio nome alle pubblicazioni
scientifiche. Le stesse riviste scientifiche dovrebbero migliorare
i loro standard, rifiutandosi di pubblicare articoli che hanno puri
scopi commerciali, non apportando alcun miglioramento della terapia.
In un'ipotesi tutta italiana di organizzare legislativamente la gestione
del conflitto - strutturando delle regole precise che ne regolino le
dinamiche: pensa sia più opportuno che ad occuparsene sia il
Ministero della Salute, o ritiene che a doverlo fare siano le società
scientifiche e gli ordini professionali?
Cagliano
Meglio il Ministero della Salute. E' il male minore. Sinora, gli Ordini
professionali e - ancor di più - le società scientifiche
hanno mostrato un'affidabilità claudicante in tema di farmaci,
egregia per celebrarne virtù, anossica per denunciarne i problemi.
Masera
E' difficile pensare, oggi, ad una soluzione legislativa di un conflitto
di interessi. E' auspicabile che ad occuparsene sia il Ministero della
Salute, di concerto con le Società Scientifiche e gli ordini
professionali.
Dovrebbe essere promossa una sensibilizzazione al problema, a partire
dagli studenti di medicina, impostata sull'etica della ricerca, su una
medicina che rispetti l'evidenza e sull'uso razionale delle risorse.
Tavazzi
L'organizzazione "legislativa" non può essere regolata
autonomamente dalla sola categoria medica. Vedrei un tavolo coordinato
dal Ministero della Salute, in rappresentanza dei cittadini, che
includa Ordine e rappresentanti delle Società medico-scientifiche
(in Italia sono più di 150) in rappresentanza dei medici, e
Farmindustria, in rappresentanza del mondo Aziendale. Il problema
delle regole riguarda i comportamenti in generale e va ben al di là
della disclosure sugli articoli pubblicati.
Tansella
Uno dei modi per diminuire il peso, indubbiamente eccessivo, dell'industria
farmaceutica nella ricerca biomedica applicata (che, quando è
finanziata dall'industria, non può non essere finalizzata, innanzitutto
- anche se non esclusivamente - ad identificare e promuovere prodotti
che aumentino i profitti, possibilmente a medio-breve termine) è
bilanciare quel peso con finanziamenti concessi da istituzioni indipendenti
(Fondazioni pubbliche e private, Enti di ricerca, Ministero dell'Università,
Regioni ed Enti locali). Devono essere, però, finanziamenti consistenti
e mirati, (non poche migliaia di Euro distribuite a pioggia), che garantiscano
alla ricerca sostegni su tempi medio-lunghi, affrancati da esigenze di
profitti e "ritorni" economici e vincolati solo alla qualità
scientifica dei ricercatori e dei progetti ed a quella dei risultati ottenuti.
Il Ministero della Salute, insieme agli altri Enti pubblici ricordati
sopra, può fare molto per aumentare questo contrappeso, per aumentare
le risorse disponibili su quest'altro fronte, colmando subito, per intanto,
il divario che ci separa dagli altri Paesi sviluppati, europei e non europei,
negli investimenti pubblici per la ricerca scientifica. Fare ciò
è tanto utile quanto organizzare legislativamente la gestione del
conflitto. Qualcuno vede all'orizzonte qualcosa di simile? Sembra che,
addirittura, in questo Paese il trend vada ora nella direzione opposta.
Non è anche questo uno scandalo? Non è questa una questione
etica sulla quale il dibattito langue?
Un'altra cosa da fare è quella che ho suggerito recentemente (vedi
"Le Radici Psicosociali della Psichiatria", Il Pensiero
Scientifico Editore, Roma, in stampa): creare un fondo ad hoc
per finanziare la ricerca povera e la ricerca "trascurata"
(per ovvie e comprensibili ragioni commerciali) dall'industria farmaceutica
(ad esempio, in psichiatria, la ricerca psicosociale, che è la
Cenerentola rispetto alla ricerca biologica ed a quella psicofarmacologica).
Questo fondo potrebbe essere costituito stimolando le aziende farmaceutiche
a destinare ad esso, di routine, una (piccola) percentuale di tutte le
somme da loro impegnate nelle ricerche farmacologiche finanziate di loro
iniziativa. Si potrebbe poi attribuire ad un organismo nazionale, costituito
da esperti di competenza riconosciuta anche a livello internazionale e
che si possa avvalere di referee stranieri, il compito di selezionare
le ricerche da finanziare con questo fondo e di valutare gli esiti del
finanziamento. I vantaggi di interrompere il legame diretto tra
industrie (in veste di Enti finanziatori) e ricercatori non hanno bisogno
di essere illustrati.
Perché il Ministero dell'Università e quello della
Salute, le Società scientifiche, gli ordini professionali, non
si fanno carico di attuare questa proposta? La Chiesa cattolica ha preso,
a suo tempo, un'iniziativa simile, chiedendo l'8 per mille dell'IRPEF
ai contribuenti. Perché non chiediamo l'8 per cento di quanto l'industria
farmaceutica spende per la "sua" ricerca scientifica per sostenere,
con questi soldi, "l'altra" ricerca biomedica?
Cartabellotta
Che i CdI possano essere "organizzati legislativamente", è
lungi dall'essere realistico, comunque:
- Il Ministero della Salute rappresenta, idealmente, l'organismo
istituzionale di riferimento, ma, ad esempio, necessitano di maggiori
dettagli le regole attraverso cui è attualmente gestito il CdI
nel Programma Nazionale per l'Educazione Continua. Ho comunque apprezzato,
sull'ultimo numero del Bollettino d'Informazione sui Farmaci, lodevoli
iniziative divulgative quali un articolo sul CdI in medicina, oltre
che la traduzione dell'editoriale congiunto delle maggiori riviste internazionali.
- Dal canto loro, alcune società scientifiche hanno recentemente
lanciato un appello "Per la trasparenza e l'indipendenza scientifica
della ricerca clinica e di sanità pubblica", invitando tutte
le altre a aderire.
- Per ciò che concerne gli ordini professionali non ho,
ad oggi, elementi per giudicare il loro interesse nella vicenda.
- Come GIMBE, nel corso dell'ultimo anno abbiamo: organizzato, in collaborazione
con gli Istituti Ortopedici Rizzoli, una conferenza nazionale sull'integrità
della ricerca scientifica, dove - nonostante i 350 partecipanti - quasi
tutte le Istituzioni invitate erano assenti (la seconda edizione è
già in fase di organizzazione); pianificato iniziative formative
sui trial clinici, dove il CdI e, più in generale, l'integrità
della ricerca scientifica, rappresentano il comune denominatore; collaborato
con Current Controlled Trials, per la traduzione italiana della
presentazione al "meta-Registro
delle Sperimentazioni Cliniche Controllate e Numero Standard Internazionale
dei Trial Controllati e Randomizzati", le principale iniziative
internazionali di registrazione prospettica delle sperimentazioni cliniche;
avviato la traduzione italiana del Consort
Statement II, strumento di riferimento internazionale per la conduzione
ed il reporting delle sperimentazioni cliniche.
Considerato che in Italia la mania di protagonismo mista al timore di
perdere la leadership ostacola spesso le potenzialità collaborative,
ritengo giusto - nel pieno rispetto delle regole etiche e scientifiche
- dare libertà di azione a chiunque abbia motivazioni e competenze
per portare avanti iniziative in tal senso.
D'altronde, abbiamo imparato dall'epidemiologia che quasi mai un esito,
favorevole o sfavorevole, è legato ad un solo fattore deterministico:
nella maggior parte di casi consegue ad una variabile interazione tra
cause diverse.
Garattini
L'etica non può essere regolata dalle leggi, ma deve derivare da
una cultura diffusa all'interno degli ordini professionali e delle società
scientifiche. Purtroppo anche le società scientifiche sono fortemente
condizionate nella loro sopravvivenza dalla sponsorizzazione industriale.
Per superare questi problemi un provvedimento importante sarebbe quello
di creare a livello nazionale, o meglio a livello europeo, un fondo indipendente
per finanziare la sperimentazione clinica. Ciò creerebbe competizione
e, soprattutto, la possibilità di eseguire ricerche che sono importanti
per la sanità pubblica anche se di scarso interesse per l'industria.
Fino a che sarà impossibile organizzare congressi o ricerche cliniche
senza l'apporto economico dell'industria è quasi impossibile risolvere
il conflitto d'interessi.
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