Di fronte all'evidenza del conflitto d'interessi,
molte riviste biomediche estere richiedono agli autori la disclosure
esplicita, in calce agli articoli pubblicati, di ogni eventuale legame
economico con le farmaceutiche. Cosa ne pensa, in termini di efficacia,
di questa linea d'azione intrapresa per fronteggiare il problema?
Bobbio
Dobbiamo partire da due presupposti:
- il conflitto di interessi non consiste solo nel legame economico
tra medici e industria;
- il conflitto di interessi non può essere eliminato.
Quando si parla di conflitto di interessi si fa di solito riferimento
al legame che s'instaura tra un medico o un ricercatore e un'industria
farmaceutica, solo perché è il legame più frequente,
manifesto e, talvolta, spudorato. In realtà andrebbero anche citate
le industrie produttrici di apparecchi elettromedicali, di materiale di
consumo o di protesi di vario genere che, oltre tutto, sulla base delle
norme vigenti, hanno minori vincoli di trasparenza. Non va però
dimenticato che l'indipendenza del medico e del ricercatore rispetto al
loro interesse primario (curare il paziente secondo le migliori cure disponibili,
ottenere e diffondere i dati della ricerca in modo non indipendente) viene
minata quotidianamente da altri fattori. Il conflitto di tipo monetario
è certamente quello più evidente, più facile da individuare,
più riprovevole, meno tollerato, più spesso dibattuto e,
forse, quello più controllabile. Esistono, però, molte altre
occasioni in cui una persona è indotta a fornire informazioni parzialmente
inesatte, per ottenere dei vantaggi personali, non misurabili in termini
economici. Questo è il caso in cui si manipolano i dati per ottenere
la pubblicazione di un lavoro su una rivista scientifica (sapendo che
i risultati positivi vengono accolti più favorevolmente di risultati
negativi (Easterbrook
PJ et al., 1991; Angell M. Negative studies. N Engl J Med 1989,
321: 464-6; Dickersin
K, et al., 1987) o su un giornale divulgativo (sapendo che certe
notizie fanno più colpo di altre), per sostenere le teorie di
un collega o per screditare quelle di un contendente, per dimostrare
l'infondatezza di un'accusa penale, per favorire il proprio punto
di vista su una determinata questione o per contrastare posizioni che
si ritengono eticamente non accettabili. Il direttore di Nature,
per esempio, ha descritto il caso di un revisore che gli ha proposto di
non accettare per la pubblicazione un articolo avuto in revisione e contemporaneamente
gli ha allegato, pregandolo di pubblicarlo, un articolo da lui stesso
scritto su quello stesso argomento (Maddox J. Conflict of interest
declared. Nature 1992; 360: 205). Alcuni autori distinguono il "conflitto
di interessi" (in cui prevale l'interferenza di tipo economico)
dal "conflitto di obbligazione" (in cui prevale l'obbligo
morale), in quanto questi due aspetti potrebbero avere una diversa valutazione
etica.
Il conflitto di interessi di tipo economico non può essere
eliminato, anche perché il legame tra ricercatori e industria
è indispensabile per entrambi; l'industria ha bisogno di ricercatori,
i ricercatori hanno bisogno di fondi per svolgere indagini che, per la
complessità delle apparecchiature e la numerosità di centri
e pazienti coinvolti, sono molto costose, e i medici hanno bisogno di
sovvenzioni per l'aggiornamento che non viene finanziato adeguatamente
dal SSN. Dobbiamo allora abituarci all'idea che il conflitto di
interessi sia parte della nostra professione, del nostro lavoro, della
nostra epoca e che non possa essere eliminato con un decreto né
con un decalogo di norme etiche. Essendo, però, costretti a conviverci,
dobbiamo almeno disporre di regole che evitino una interferenza
troppo pesante con la nostra libertà di giudizio, per impedire
che sorga il sospetto in chi ci ascolta, in chi ci legge e in chi curiamo,
che alcune valutazioni o decisioni siano parzialmente dettate da un interesse
personale. Infatti, il problema più delicato è che il sospetto
di un possibile conflitto di interessi possa compromettere la fiducia
degli ascoltatori, dei lettori e, in ultima analisi, dei pazienti a cui
prescriviamo farmaci, esami di laboratorio e test diagnostici.
Zoccali
Penso che [la disclosure, N.d.R.] possa essere efficace,
anche se non mi risulta che nel nostro Paese sia stata fatta una verifica
formale del problema. Negare un potenziale conflitto d'interesse è
cosa che mette a repentaglio la "credibilità" e l'"affidabilità"
dei ricercatori-autori. Questa è materia nella quale solo gli sprovveduti
e gli incauti potrebbero negare un eventuale conflitto. Certo le vie di
fuga per i meno corretti possono sempre esistere, ma francamente io non
riesco per ora ad immaginare niente di meglio per controllare il fenomeno
senza disincentivare il rapporto di collaborazione ricercatori-industria
che è pure un elemento vitale per il sistema.
Fava
Una politica di disclosure è il tentativo minimo
da farsi per limitare le influenze nella ricerca clinica. Questa politica
è adottata da un numero sempre crescente di riviste e in nord America
è richiesta anche nelle sedi congressuali. L'importanza dei conflitti
d'interesse finanziari e non tra i recensori di articoli è stata
ribadita e documentata. E' curioso, tuttavia, quanto la disclosure non
venga adottata e seguita fino in fondo pur essendo il requisito minimo
perché ci sia credibilità scientifica. In Psychotherapy
and Psychosomatic tutti i recensori, membri o meno del comitato di
redazione, devono dichiarare ogni conflitto d'interesse potenziale nei
loro commenti. Ma quante altre riviste lo richiedono?
La disclosure è il primo passo essenziale, tuttavia, neanche
i più ottimisti potrebbero pensare che sia sufficiente: anche nella
sua forma più completa. C'è bisogno di sviluppare qualcosa
di diverso e un efficace controllo potrebbe nascere dai seguenti sviluppi:
- All'interno di ogni campo specifico è possibile riconoscere
gruppi di speciale interesse: detengono il potere e controllano il campo.
Che fare? Non diversamente dai consumatori alternativi, a livello
individuale ciascuno potrebbe rifiutarsi di partecipare a "certi"
congressi. I membri delle associazioni professionali che vi partecipano
dovrebbero essere in grado di valutare l'influenza dell'industria farmaceutica
attraverso appositi questionari e manifestare il proprio dissenso.
- È altresì importante che chi usa la propria testa, tra
medici e ricercatori, non sia solo: è fondamentale che non siano
in pochi a condividere le idee critiche. Il sito No Free Lunch esemplifica
bene questo genere di resistenza. Pubblicazioni come Psychotherapy
and Psychosomatics, il Western Journal of Medicine e l'International
Journal of Risk and Safety in Medicine sono leader nella libertà
di pensiero: si tratti di agenti contro l'ipertensione o terapie ormonali
in menopausa.
- La formulazione di specifiche regole per l'integrità della
scienza da parte delle Università e di agenzie finanziatrici.
- La creazione di comitati revisori indipendenti per esaminare la questione
del conflitto d'interessi. Potrebbero fornire i "peer support"
ad autori e a direttori di pubblicazioni oltre il generico se non ridicolo
incoraggiamento a registrare le ricerche non pubblicate.
- Una maggiore coscienza sarebbe fondamentale anche da parte delle
associazioni dei consumatori.
Il farsi di questa contro-cultura, in cui la società
civile svolge un ruolo sempre maggiore richiede il confluire di diverse
forze ad integrarsi. Gli editori dei giornali hanno un ruolo fondamentale
che, tuttavia, diventa sempre più inadeguato. E' necessario agire
per proteggere la salute della società e affinché i ricercatori
clinici non diventino commessi viaggiatori: in difesa della loro dignità
e libertà intellettuale.
Cazzola
Haematologica,
la rivista di cui sono Editor-in-Chief, adotta questa politica
da diversi anni. Noi pensiamo che il lettore debba essere informato circa
eventuali legami con l'industria, in modo da poter valutare il contenuto
dell'articolo in modo ottimale. Qualora sia esplicitato un conflitto di
interesse, valutiamo, di volta in volta, se intervenire o meno con un
commento editoriale che chiarisca ulteriormente al lettore medio i termini
della questione. Noi riteniamo altresì di adeguarci ai criteri
del New England
Journal of Medicine, che non accetta editoriali o rassegne firmate
da autori che possono avere un potenziale conflitto di interesse sull'argomento
oggetto dell'articolo. Infatti, poiché questi articoli forniscono
opinioni e non dati sperimentali, l'impatto del conflitto d'interesse
sull'opinione diventa pericoloso. Nel caso di descrizione di dati sperimentali
o clinici, invece, il lettore ha di fronte dati di per sé neutri:
grazie alla "disclosure" circa un potenziale conflitto di interesse,
può valutare compiutamente l'interpretazione che gli autori danno
dei dati riportati.
Remuzzi
La richiesta di dichiarare gli interessi economici degli autori di
una pubblicazione è sicuramente un passo avanti, ma, a mio avviso,
rappresenta un aspetto limitato del problema del conflitto di interessi.
Certamente è molto utile a chi legge un lavoro scientifico per
mettere i dati in un contesto. Se all'autore è richiesto di dichiarare
quale ruolo ha avuto lo sponsor nel disegno dello studio, il lettore non
privo di sagacia, andrà a verificare con maggiore attenzione i
dettagli del disegno sperimentale. Per andare sul concreto, farò
un esempio.
Recentemente il Lancet (uno
dei 13 giornali che hanno pubblicato il famoso editoriale Sponsorship,
Authorship and Accountability) ha pubblicato un lavoro che paragonava
l'efficacia di due terapie antirigetto nelle fasi iniziali del trapianto
di rene: un farmaco risultava nettamente superiore all'altro. Gli autori
diligentemente dichiaravano che il produttore di uno dei due farmaci,
quello risultato migliore, aveva avuto un ruolo nel disegno dello studio
e ne era stato lo sponsor.
A questo punto il suo dovere l'Editor di Lancet l'ha fatto. Rimane
il problema se vi sia ancora o no materia di discussione in termini di
conflitto di interesse. Secondo me, sì, eccome.
Grazie alla pubblicazione delle noticine di disclosure, il lettore attento
va a leggere ancora più attentamente il disegno sperimentale dello
studio. E scopre che, mentre il farmaco usato come riferimento al farmaco
sperimentale è stato impiegato ad un dosaggio che i dati della
letteratura confinano in un ambito sub-ottimale, il farmaco sperimentale
è stato usato alle dosi adeguate. Questa non è una novità,
perché come ha rivelato Bordenheimer in un famoso articolo sul
New England Journal
of Medicine, molti studi in passato sono stati disegnati in modo
da mettere in svantaggio il farmaco di riferimento rispetto a quello -
sponsorizzato - sperimentale.
Le implicazioni qui sono serie. In primo luogo uno dei due gruppi
- cioè pazienti con recente trapianto di rene - è stato
curato con una dose meno che ottimale di terapia antirigetto. In secondo
luogo, ora abbiamo in letteratura pubblicato un dato scientifico che -
se rimaniamo devoti alla evidence-based medicine - dovrebbe modificare
la nostra attitudine terapeutica.
Dunque il problema non è la "disclosure", il problema
è che non c'è abbastanza ricerca indipendente, e
che gli spazi della ricerca accademica si stanno sempre più
erodendo. Le dimensioni del giro di affari dell'industria farmaceutica
sono tali da rendere impossibile sviluppare farmaci fuori da essa od imporre
regole severe.
Demicheli
Molte cose dette sono da me condivise. Vorrei aggiungere un paio di rilievi
dal punto di vista, un po' diverso, di chi si occupa di prevenzione. Anche
quando si tratta di decidere se avviare o meno un intervento di sanità
pubblica (una vaccinazione per esempio) la pressione che gli interessi
di parte esercitano sui decisori è considerevole. E talvolta le
tattiche utilizzate possono essere così sottili da rendere addirittura
difficilmente riconoscibili, a prima vista, i conflitti di interessi sottostanti.
Succede, ad esempio, quando un vaccino non viene raccomandato per la vaccinazione
di massa, ma le industrie aggirano l'ostacolo promuovendolo direttamente
tra i singoli medici e pediatri vanificando, in questo modo, la scelta
fatta dal decisore pubblico.
Il problema, almeno in questo campo, è che il peso e il ruolo delle
industrie farmaceutiche è dominante. Quando gran parte della ricerca,
della informazione e della formazione viene finanziata e organizzata dalle
industrie, il decisore, individuale o collettivo, rischia di esserne travolto.
La rivelazione del conflitto di interessi richiesta agli autori
dei lavori scientifici è sicuramente utile (per interpretare i
risultati di una ricerca, ad esempio), ma è anche unilaterale
e facilmente aggirabile.
Pensare a rimedi alternativi è difficile, ma credo comunque che
occorra alzare tiro e pensare a provvedimenti più ambiziosi. Alcune
idee:
- Far emergere i conflitti. In sanità pubblica, ad esempio,
occorre esplicitare il razionale che sta dietro le decisioni che vengono
adottate e darsi chiare regole per stabilire le priorità. Solo
in questo modo diventano facilmente riconoscibili le eventuali "violazioni".
Forse si può pensare a meccanismi analoghi anche nelle decisioni
diagnostiche o terapeutiche individuali, ma è certo più
complesso.
- Agire anche sul lato dell'industria. Mi rendo conto che in
questo momento politico non sarà certo una proposta gradita,
ma credo si possa pensare a regole di inibizione o di rivelazione anche
sul versante dell'industria. Ad esempio: tutti sono d'accordo sul fatto
che i regali non debbano essere accettati dai medici; non si può
pensare a qualche meccanismo che renda difficile anche fare regali?
Ancora: il momento della registrazione dei prodotti non potrebbe contenere
un obbligo alla rivelazione e pubblicazione dei finanziamenti alla ricerca?
- Stringere alleanze. Coinvolgere in modo sistematico nelle
decisioni anche i destinatari della decisione è un modo per rendere
più difficile l'intervento di pressioni indebite. In sanità
pubblica questo può esser fatto pensando ad un ruolo più
diretto dei consumatori e dei cittadini nelle decisioni. Per questo
non basta però chiedere la loro opinione, ma occorre rendere
concretamente possibile la loro partecipazione alla scelta.
- Controbilanciare. Se l'industria controlla ricerca, informazione
e formazione, l'unica speranza sta nel finanziare le stesse attività
in modo indipendente.
Maggioni
La disclosure in calce ad un articolo scientifico mi sembra una
iniziativa utile, anche se ovviamente non è in grado da
sola di risolvere il problema del conflitto di interesse. Credo che
in proposito vadano fatte alcune considerazioni:
- Iconflitti di interesse hanno ovviamente un peso molto diverso, dal
possesso di azioni di una industria farmaceutica per la quale si fa
ricerca fino ad un semplice fee per la presentazione dei risultati passa
una bella differenza. Se il lettore riconosce, e ben in vista, più
che in calce, il tipo di rapporti economici che esistono tra
autori e finanziatori può meglio interpretare ciò che
viene espresso nei risultati.
- Le riviste stesse, al di la' delle disclosures, dovrebbero
non pubblicare articoli che riportino una ricerca ripetitiva,
o che non da' nessun contributo al miglioramento della gestione di uno
specifico problema clinico.
- Ogni ricercatore che lavori in ambito clinico ha quasi invariabilmente
in atto studi che una industria farmaceutica o di biomedicali supporta
economicamente. Il supporto e' generalmente dato alla istituzione per
la quale il ricercatore lavora. Oltre ad esplicitare questo tipo di
relazione, si dovrebbe in ogni caso incoraggiare ogni ricercatore a
pretendere per contratto che il risultato possa essere pubblicato
anche nel caso non sia favorevole. La proprietà dei dati
o per lo meno la assoluta disponibilità ad analizzare, da parte
del ricercatore, il database dello studio, dovrebbe essere garantita
per contratto per ogni ricerca clinica.
Questo mi sembra un punto essenziale per garantire l'autonomia di analisi
e presentazione dei risultati.
In un'ipotesi tutta italiana di organizzare legislativamente la gestione
del conflitto - strutturando delle regole precise che ne regolino le
dinamiche: pensa sia più opportuno che ad occuparsene sia il
Ministero della Salute, o ritiene che a doverlo fare siano le società
scientifiche e gli ordini professionali?
Zoccali
Questo è un problema che lascerei alle società scientifiche
e alle direzioni scientifiche delle riviste, piuttosto che al Ministero
della Salute. Devo però dire che forse le società scientifiche
(la maggior parte, e meno che meno gli ordini professionali) non hanno
la maturità e, talora, neppure la cultura per affrontare questi
delicati problemi. Forse il Ministero della Salute potrebbe "responsabilizzare"
le società scientifiche al riguardo, dicendo che se emergeranno
casi di "scarsa sorveglianza" il mandato di sorvegliare sulla
correttezza dei comportamenti verrà revocato(e avocato).
Cazzola
L'ultima cosa che mi aspetto è che sia il Ministero della Salute
a stabilire regole. Le società scientifiche dovrebbero dare
alcune direttive generali, che riguardino in particolare i congressi ed
i convegni scientifici. Tuttavia, dovrebbero essere le singole istituzioni,
Università ed Ospedali, a darsi le proprie regole, esattamente
come succede negli Stati Uniti. La Harvard Medical School, ad esempio,
ha regole molto severe, che limitano drasticamente la possibilità
dei clinici e dei ricercatori di collaborare con l'industria. Altre università
americane sono invece più tolleranti e concedono margini più
ampi: il singolo ricercatore può scegliere, quindi, dove lavorare
anche in base a questo criterio. In ogni caso, ogni collaborazione con
l'industria deve essere dichiarata ed esplicitata negli articoli scientifici
qualora si configuri un potenziale conflitto d'interesse.
Bobbio
Sarebbe indubbiamente meglio che, come avviene nelle culture anglosassoni,
fossero le società scientifiche o gli ordini dei medici
a definire le regole di comportamento. Purtroppo, le prime vivono (ma
direi prosperano) sui finanziamenti dell'industria e i secondi sono più
preoccupati dei conflitti tra medici che quelli con l'industria. Infatti,
la Federazione degli Ordini dei Medici e degli Odontoiatri ha inserito
nell'ultimo codice
deontologico (1999) un articolo (art.73) sul conflitto di interessi,
che però non riguarda le norme che i medici devono adottare nei
rapporti con le industrie private, ma soltanto il possibile conflitto
che si verifica quando un "medico dipendente o convenzionato con
le strutture pubbliche o private [adotti] comportamenti che possano favorire
direttamente o indirettamente la propria attività libero professionale".
Nel commento di accompagnamento alla norma viene ribadito che si tratta
di un "rinvio a una regola di correttezza professionale che dovrebbe
essere ovvia, soprattutto oggi alla luce, della regolamentazione dell'attività
professionale intra moenia. L'esercizio della medicina, infatti, benché
abbia anche connotazioni economiche non può mai essere inquadrato
in una logica di puro profitto" (Commissione Permanente per la
revisione del Codice di Deontologia Medica. Il commentario al nuovo codice
deontologico. La professione, 2 dicembre 1999: 15).
Nel biennio 1999-2000 la CUF si è occupata del problema istituendo
una commissione per la revisione del decreto legge 541/92 che attualmente
disciplina la pubblicità dei medicinali per uso umano. Tali norme
non erano state emanate per stabilire i limiti leciti nei rapporti tra
medici e industrie, ma per regolare il settore della pubblicità
dei farmaci. Infatti, ci sono articoli che riguardano la pubblicità
presso il pubblico, gli operatori sanitari o i farmacisti, i contenuti
pubblicitari, l'organizzazione dei convegni e la distribuzione dei campioni
gratuiti e viene stabilito che le industrie possono organizzare in Italia
o all'estero convegni, contribuendo alle spese di viaggio e di soggiorno
agli operatori del settore qualificati. L'analisi della situazione italiana
e le proposte di correzione della norma sono arrivate sul tavolo dell'allora
Ministro della Sanità (Bindi) poco prima che venisse defenestrato.
I Ministri che si sono succeduti, si sono preoccupati della loro immagine
e di risolvere la questione (che sembra l'unica importante, a sentire
i commenti dei nostri colleghi medici) sul rapporto di lavoro esclusivo
con il SSN, e non di affrontare uno dei nodi cruciali riguardante la credibilità
professionale del personale sanitario.
Alcuni sostengono che si debba dapprima incidere sulla cultura dei
medici, magari incominciando a trattare l'argomento nelle università.
Ci credo poco. Non ci si può aspettare che un singolo medico,
un singolo direttore di rivista, una singola società scientifica,
una singola industria farmaceutica si immoli sull'altare della correttezza,
sapendo che tutto intorno regna la logica del suk. La tentazione, da una
parte di ricavare vantaggi diretti o indiretti e, dall'altra parte, di
"forzare" l'oggettiva presentazione dei risultati di una ricerca
o la prescrizione di un determinato farmaco, è troppo forte. Il
decreto legge 541/92 può essere modificato in modo che i legami
tra medici e industria siano meno soffocanti. Poi medici, società
scientifiche, riviste e industrie sapendo di potersi muovere su un terreno
di regole omogenee, si adegueranno. E molti, in ogni settore, lo auspicano.
Remuzzi
Il problema del conflitto di interessi in ricerca biomedica in
Italia è su un piano molto diverso da quello sottolineato nell'editoriale
del Lancet e delle altre riviste. Lasciamo perdere la pratica di accettare
doni, di partecipare a viaggi per congressi che sono in realtà
vacanze pagate, e le altre forme più o meno camuffate di comparaggio.
Questo pertiene più alla corruzione che al conflitto di interesse.
Il fatto è che in Italia tanto la ricerca accademica quanto quella
industriale sono su di una dimensione nettamente inferiore rispetto a
quella dei Paesi dove è nato il problema del conflitto di interessi.
Il governo investe la metà in ricerca degli altri Paesi suoi
concorrenti diretti; l'industria farmaceutica nostrana vive sostanzialmente
di co-marketing di prodotti sviluppati altrove. Dunque, la probabilità
che i ricercatori siano tagliati fuori dalla genesi dello studio è
altissima, perché i protocolli vengono pensati ed elaborati altrove.
Lo scenario è quello dell'agente della grande multinazionale che
viene e dice: c'è questo studio, questo è il protocollo,
ci servono tot pazienti, a tanti dollari per paziente, se ci stai bene,
se no troviamo un altro centro disposto a collaborare. Ci si consola magari
pensando che è uno studio multicentrico internazionale e quando
esce il lavoro, il cui primo nome è quello di una celebrità
nel campo, in fondo in fondo, nei ringraziamenti in una lista chilometrica
di collaboratori compaia anche il nostro nome. Di fatto questa è
una colonizzazione culturale, senza contare che solleva non pochi problemi
di etica. Proposte in positivo?
Aumentare la ricerca indipendente in tutti i modi. Dunque tutti
devono fare la loro parte: il governo nazionale deve investire
più soldi nella ricerca accademica, almeno in misura da eguagliare
quella dei paesi europei di pari rilievo economico; la Comunità
Europea deve creare fondi per la ricerca svincolata da una necessità
di profitto; le società scientifiche devono dare messaggi
che scoraggino la partecipazione supina a protocolli pre-confezionati;
gli ordini professionali devono sorvegliare che nella condotta
degli studi si segua un comportamento deontologicamente corretto. Non
bisogna nascondersi che è una sfida quasi impossibile, date le
dimensioni degli interessi in gioco nel mercato dei farmaci.
Demicheli
Non credo sinceramente ci sia molto spazio per un intervento legislativo
di regolazione. Comunque non porrei la questione né in termini
di alternativa tra Ministero e organismi professionali né la limiterei
a questi due soli soggetti.
Credo ci siano ruoli diversi e compiti precisi per ciascuno, ma
bisogna pensare anche ad altri protagonisti che giocano una parte importante
(ad esempio le Regioni) e che, se non coinvolti, potrebbero "complicare"
il quadro con azioni non coordinate.
Maggioni
Non credo si possano regolare i comportamenti etici con una legge. Potrebbero
essere scritte linee guida in collaborazione tra il Ministero della
Salute, chi fa ricerca attivamente (società scientifiche, istituti
di ricerca, università) e i rappresentanti laici (consumatori?).
Queste guidelines, oltre a descrivere di cosa bisogna fare disclosure,
dovrebbero riportare quali sono i rapporti più corretti fra industria
e ricercatori e le modalità di renderle note a chi utilizzerà
i risultati. Dal momento che credo che la collaborazione tra industria
e ricercatori debba continuare per produrre ricerca, perché la
ricerca stessa sia di buona qualità sono necessari: rapporti
di trasparenza da parte della industria (disponibilità a rendere
noti i risultati, qualunque essi siano); consapevolezza da parte
dei ricercatori della necessità di attrezzarsi dal punto di vista
tecnico e culturale a gestire autonomamente la ricerca.
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