I Porcospini rivisitati: a proposito di verifica in psicoterapia


Una riflessione ex iuvantibus

Vediamo alcuni dati che possano dar ragione della mia affermazione.
In Italia ci sono, oggi, circa 25.000 psicoterapisti; questo è grosso modo il numero di psicologi e di medici che hanno ottenuto l'iscrizione all'elenco degli psicoterapisti, così come è prescritto dalla legge 56/89, in particolare dall'articolo 3 della legge stessa. Tale è la situazione italiana, dove si è voluto regolamentare l'attività psicoterapeutica; ma le cose non vanno diversamente in molti altri stati "occidentali", europei ed americani, del Nord e del Sud.

Le ricerche sulla valutazione della psicoterapia dicono, sostanzialmente, che la psicoterapia ottiene risultati apprezzabili, indipendentemente dalla tecnica che si è applicata alle differenti aree problematiche.

Le aree problematiche, dal canto loro, sono differenziate entro categorizzazioni psicopatologiche, anche molto dettagliate. Di fatto, per altro, ciascun psicoterapista tende a "curare" con la stessa tecnica tutte le aree problematiche. Quindi: con la stessa tecnica si "cura" l'intera gamma della psicopatologia; la stessa psicopatologia è "curata" da differenti tecniche psicoterapiche. Per l'accesso ad una psicoterapia si tende a fare non tanto una "diagnosi", quanto una valutazione che, penso, sia più corretto denominare: "analisi di fattibilità". L'analisi di fattibilità tende a dare garanzie allo psicoterapeuta sulla possibilità di applicare la tecnica che lo caratterizza, più che motivare alla scelta di uno specifico approccio terapeutico, in funzione delle differenti forme psicopatologiche. Di fatto, indipendentemente dalla forma psicopatologica, una volta effettuata l'analisi di fattibilità, la tecnica applicata dipende dalla caratterizzazione specialistica del singolo psicoterapista.

Con la psicoterapia, quindi, siamo lontanissimi dal modello medico di cura; un modello, quello medico, che si fonda sulla triade: diagnosi (eziopatogenetica, e questo è importantissimo, per non cadere nella terapia sintomatica); prognosi; terapia. Eppure, nonostante questi dati, che appaiono desolanti per chi volesse garanzie di "scientificità" del processo psicoterapeutico, la pratica psicoterapeutica va avanti per la sua strada e si diffonde progressivamente. E' vero, in questi ultimi anni appaiono i primi sintomi di una crisi di "mercato", negli Stati Uniti inizialmente, poi in altri paesi, Italia compresa. Ma sono crisi dovute non tanto ad una diminuzione della domanda di psicoterapia, quanto al forte incremento dell'offerta di psicoterapisti. Pensiamo al nostro paese: negli anni '60 c'erano in Italia poche decine di psicoanalisti e le altre "scuole" psicoterapiche erano assenti; anche la psichiatria non proponeva "psicoterapia", quanto approcci diversi (ludoterapia, atelier di pittura, ecc.), legati alle differenti esperienze formative degli psichiatri stessi, e comunque applicate alla psichiatria "grave", quella ospedalizzata, nella maggior parte dei casi. Oggi siamo alla quantità di offerta psicoterapeutica prima stimata, certamente per difetto: un incremento stupefacente nel giro di trent'anni, sicuramente incomparabile con quello delle altre aree professionali.

L'incremento della domanda e dell'offerta di psicoterapia, è questo che le considerazioni ora proposte sembrano implicare, non è dovuto alla "dimostrazione" di scientificità della psicoterapia, e tanto meno alla dimostrazione, ex iuvantibus, dell'efficacia della pratica psicoterapeutica nelle sue differenti tecniche.

D'altro canto, come si può parlare di "risultato" per una pratica terapeutica che, come nel caso della cura psicoanalitica, dura sette, otto anni? Come si può pensare che una persona pratichi una cura che prenderà in modo rilevante, sotto differenti aspetti, una così gran parte della sua vita, per aspettare i risultati della cura stessa al suo termine?

La mia ipotesi, nel considerare questi aspetti per così dire strutturali della psicoterapia, è che questa pratica abbia dovuto darsi una legittimità ed una credibilità sociale per appoggio a qualcosa che già godeva di tutto questo; si sia quindi riferita alla terapia medica, mutuandone in modo acritico, ma efficace sotto il profilo della legittimazione sociale, termini come terapia e guarigione. Pur avendo poco a che spartire con la terapia medica. Credo anche che da questa posizione anaclitica, di appoggio al modello medico, siano insorti molti equivoci.


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