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I Porcospini rivisitati: a proposito di verifica in psicoterapia
Uno sguardo alla verifica: modelli espliciti ed impliciti
Quando si parla di verifica della psicoterapia è
importante capire a chi si rivolge l'Autore che propone considerazioni
o lavori sperimentali sul tema.
Mi riferisco, quale esempio paradigmatico, al problema della psicoanalisi;
per esaminare in seguito il campo più vasto delle psicoterapie
nel suo insieme.
Pensiamo all'interrogativo ed al dibattito, nel quale
ci saremo sicuramente imbattuti, se la psicoanalisi sia o meno una scienza.
Qui l'interrogativo è strettamente epistemologico; periodicamente,
psicoanalisti versati in filosofia della scienza ed epistemologi versati
od implicati nella psicoanalisi ripropongono un dibattito ormai disperante
nella sua ondivaga risultanza.
Chi non ricorda gli enunciati del positivismo logico,
volti a sottolineare la scarsa propensione alla scientificità di
una disciplina, qual'é la psicoanalisi, che non garantisce una
univoca interpretazione del fatto clinico: dimostrando di non possedere
all'interno della teoria un "criterio" univoco per stabilire
la correttezza della pratica interpretativa? Ricorderemo anche la grande
tematica sollevata da Popper sulla falsificabilità della teoria
scientifica, e l'accusa volta alla metapsicologia psicoanalitica, i cui
enunciati sono talmente generici da scoraggiare ogni tentativo di falsificazione.
Ciò che interessa, per altro, è l'ingenuità
"clinica" con cui si ripropone spesso il dibattito. Come, ad
esempio, quando Grumbaum invita a verifiche della teoria psicoanalitica
"esterne" allo stretto mondo interno, o se si vuole al di fuori
della clinica. Se, ad esempio, è una "difesa" dall'omosessualità
che genera la paranoia, dice Grumbaum, allora nelle società e nelle
culture più permissive, dove c'è più tolleranza nei
confronti dell'omosessualità, dovrebbe verificarsi un apprezzabile
calo delle forme paranoidee. Qui la "tolleranza" viene considerata
quale fattore facilitante un decremento del processo difensivo della "rimozione",
quindi dell'insorgenza della psicopatologia paranoidea come risposta alla
difesa. E vengono alla mente Autori come Fornari o Matte Blanco che, sia
pure con argomentazioni differenti, considerano la "rimozione"
come un costrutto obsoleto entro la teorizzazione psicoanalitica.
La tolleranza di cui parla Grumbaum quale fattore culturale,
"esterno", sembra non aver nulla a che fare con la simbolizzazione
emozionale della propria "parte" omosessuale, che appartiene
al mondo interno.
Ancora, la psicoanalisi non si è mai interessata alla "paranoia"
come fenomeno psicopatologico, con una sua epidemiologia ed un suo andamento
secondo serie storiche. Lo psicoanalista si occupa di singoli casi, che
spesso presentano "anche" processi, dinamiche transferali paranoidee,
senza che sia mai definito come "paranoico" o "affetto
da paranoia" un paziente in cura. I pazienti in psicoanalisi, nei
resoconti della letteratura specialistica, non sono mai o quasi mai definiti
secondo etichettature psicopatologiche tali da rendere fattibile quel
processo di verifica esterna alla clinica, auspicato da Grunbaum.
Gli epistemologi parlano agli epistemologi, e la psicoanalisi continua
per la sua strada.
C'è un secondo livello di verifica: concerne i
"dati" che si possono raccogliere nel corso del lavoro psicoterapeutico,
ed ancora faccio riferimento alla psicoterapia psicoanalitica.
Dati di difficile lettura univoca, una volta che vengano sottoposti a
differenti "analisti". E' l'osservazione scoraggiante da cui
è partito Luborsky per la sua ricerca volta a fornire modelli di
analisi del transfert; modelli capaci di ottenere risposte univoche
da più analisti sullo stesso materiale (Luborsky
& Crits-Cristoph, 1992). Il CCRT è il metodo atto ad
ottenere formulazioni circa il tema relazionale conflittuale centrale
del paziente, considerato dall'Autore quale misura attendibile del transfert
caratterizzante quel particolare paziente.
Qui interessa sottolineare il dato di partenza della metodologia
proposta da Luborsky: dato che rileva l'impossibilità di un'analisi
univoca sui temi transferali di uno stesso paziente, qualora il materiale
analitico possa essere "letto" da differenti terapeuti. Preoccupazione
che sembra voler rispondere, come si è visto, alle obiezioni del
positivismo logico. La proposta metodologica di Luborsky, d'altra parte,
non ha determinato un cambiamento radicale nella tecnica psicoanalitica
ed ha prodotto più le "citazioni" di queste esperienze
di misurazione, nei lavori ad impronta epistemologica, che reale modificazione
della prassi.
Ad un obiettivo di generalizzazione del materiale psicoanalitico si è
dedicato anche il gruppo di ricerca di Ulm, capitanato da Horst Kachele.
In questo caso ciò che interessa rilevare, nella sua paradossalità,
è l'enorme quantità di materiale sottoposto ad analisi "logica",
lessicale e del contenuto. Una quantità che fa pensare all'hic
et nunc del lavoro psicoterapeutico ed alla difficoltà,
o meglio all'impossibilità che l'analista possa processare quei
dati nella loro interezza progressiva. Per poi giungere a conclusioni
interessanti sotto il profilo di una considerazione "globale"
del trattamento: ad esempio evidenziando come la parola "angoscia"
ricorra con un determinato andamento frequenziale nelle 700 sedute di
una terapia ad un paziente grave, e come la parola rabbia venga utilizzata
dall'analista in sequenze coerenti con l'uso del termine angoscia da parte
del paziente. Da questi "schemi" si può vedere come l'analista
"apprenda" dal paziente a parlare di angoscia e come il paziente
"apprenda" dall'analista a parlare di rabbia; si vede, inoltre,
come le due sequenze di "apprendimento" siano in relazione tra
loro.
Sono ricerche volte ad una conoscenza del lavoro psicoanalitico,
in alcuni suoi aspetti interessanti in quanto concernenti l'insieme delle
verbalizzazioni entro una specifica esperienza terapeutica. Ma che mostrano,
in queste risultanze, anche il loro limite nell'obiettivo di verifica
della stessa terapia.
Sembra che questi lavori parlino ai ricercatori che intendano perseguire
le stesse strade dei gruppi di ricerca in analisi. Non parlano né
agli psicoanalisti, che tendono ad ignorare od a guardare con sufficienza
a questi tentativi, così come non parlano all'utenza.
Quell'utenza che sembra del tutto ignorata sia dal dibattito epistemologico
che dalle ricerche sul "processo" psicoanalitico. Questo apre
ad un interrogativo a mio modo di vedere interessante: come mai non si
sente la necessità di comunicare dati di verifica all'utenza? Ed
al contempo, come mai l'utenza continua ad utilizzare la psicoanalisi,
anche in assenza di dati certi o quantomeno approssimativi sui "risultati"
di un percorso terapeutico così impegnativo e "costoso"
per chi lo intraprende?
Le cose vanno diversamente nel caso della psicoterapia
comportamentista; qui, ed è a mio modo di vedere l'unica tecnica
che risponde a queste caratteristiche, si propone una stretta relazione
tra processo di insorgenza del comportamento problematico (il condizionamento
nelle sue varie "forme") e processo di intervento (il decondizionamento,
nelle sue varie tecniche). Ora, è interessante notare che la letteratura
scientifica concernente la verifica dei risultati in psicoterapia si esaurisca
quasi totalmente entro le ricerche di verifica in ambito comportamentista.
Con due ordini di problemi che, a mio modo di vedere, questo dato solleva:
perchè continua l'assenza di una verifica in altri ambiti della
psicoterapia? quali sono i "limiti" dell'intervento comportamentista,
se si considera l'intera gamma della problematica offerta alla psicoterapia
nel suo insieme dall'utenza?
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