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Valutare l'esito delle psicoterapie:
il dibattito continua
Michele Tansella
Ordinario di Psichiatria, Università di Verona
Molta acqua è passata sotto i ponti
da quando Michael Shepherd "apriva" sul British Medical Journal
un articolo intitolato "What price psychotherapy?" riportando
una vecchia e caustica definizione: "Una tecnica non definita,
applicata a casi non specificati, con risultati non prevedibili. Per utilizzare
questa tecnica è richiesto un training rigoroso" (1).
Quell'articolo appariva nel 1984, un anno dopo la pubblicazione della
famosa metanalisi di Prioleau e collaboratori (2),
che concludevano la loro disamina degli studi controllati apparsi in letteratura
affermando che "i benefici della
psicoterapia nei pazienti non sono maggiori di quelli del placebo"
e riaprivano così un dibattito sull'efficacia della psicoterapia
che in realtà non era mai cessato, dai tempi di Freud, e che è
rimasto vivace e ricco di spunti (talora polemici) in tutti questi anni.
La metanalisi suddetta era seguita dai commenti di ben
23 autori, che potevano essere classificati in due gruppi: quelli che
ritenevano che i dati confermassero la natura "non-specifica"
della psicoterapia e coloro che rilevavano la necessità di condurre
ricerche sull'esito della psicoterapia di qualità migliore di quelle
pubblicate fino allora ed analizzate da Prioleau e dal suo gruppo.
Tra i commenti più autorevoli spiccava quello di Jerome Frank,
che acutamente valorizzava il ruolo e l'importanza del placebo, suggerendo
implicitamente un'interpretazione non denigratoria dell'accostamento psicoterapia-placebo:
"In molti pazienti il placebo può
essere tanto efficace quanto la psicoterapia in quanto la condizione placebo
contiene gli ingredienti necessari, e forse anche quelli sufficienti,
di gran parte dell'effetto benefico di tutte le forme di psicoterapia:
vale a dire una persona che ascolta le lamentele del paziente ed offre
il suo aiuto per alleviarle, incoraggiando sentimenti di speranza e combattendo
la demoralizzazione"(3).
Il dibattito continua, fuori e dentro il nostro Paese,
e la pubblicazione di questo volume, dapprima in inglese ed ora anche
in italiano, rappresenta un contributo importante e di qualità
che alza il livello scientifico della discussione.
A dimostrazione dell'interesse esistente in Italia per questi temi, anche
al di fuori della non proprio ristretta cerchia degli addetti ai lavori,
cioè degli psicoterapeuti, ricordo che la rivista Epidemiologia
e Psichiatria Sociale, nata qualche anno fa con l'obiettivo di incoraggiare
un'utilizzazione più estesa e diffusa del "metodo scientifico"
nella psichiatria (sociale) italiana, ha pubblicato, sul secondo numero
del 1997, ben quattro Editoriali dedicati alla ricerca in psicoterapia
ed in particolare alle ricerche valutative (4, 5, 6,
7).
Tra l'altro, tra coloro che sono stati invitati a scrivere questi Editoriali,
ritroviamo proprio Glenys Parry ed Anthony Roth, cioè rispettivamente
colei alla quale il Ministero della Sanità inglese ha commissionato
il Rapporto sul quale è basato il volume che appare ora in italiano
(co-autrice del terzo capitolo, dedicato alla ricerca "evidence-based"
in psicoterapia) ed uno degli autori del volume.
Ma, ritornando all'articolo di Michael Shepherd, uno degli
psichiatri più straordinari della sua generazione, studioso noto
per il suo rigore metodologico ma anche per il suo "scetticismo
creativo e per la tollerante apertura mentale, per l'incessante richiesta
di evidenze scientifiche e per essere consapevole della necessità
di distinguere sempre i fattori etiologici iniziali da quelli finali"
(8), nessuno si sorprese se, da un lato egli manifestava
la sua perplessità sull'esistenza di dati scientifici convincenti
a supporto della efficacia della psicoterapia, dall'altro ricordava quello
che Daniel Tuke aveva scritto, più di 100 anni prima, sull'influenza
della mente sul corpo: "lo scetticismo
del medico è il mezzo migliore per raggiungere la verità;
la fiducia del paziente è il mezzo migliore per raggiungere la
salute" (9).
Shepherd, nonostante il suo scetticismo, riconosceva dunque, per spiegare
l'esito positivo di alcuni trattamenti psicoterapici, l'importanza della
motivazione del paziente e della sua fiducia nel terapeuta, dunque l'importanza
della relazione. In questo volume, a distanza di 12 anni, dopo un'analisi
rigorosa e particolarmente attenta della letteratura, Roth e Fonagy concludono
che "l'alleanza (tra terapeuta e paziente)
nel corso del trattamento è probabilmente la migliore variabile
predittiva di esito in psicoterapia".
Molta acqua è passata sotto i ponti, come dicevo
all'inizio, e molte cose sono nel frattempo cambiate.
Mentre è avvenuto ciò che alcuni dei commentatori della
metanalisi di Prioleau si auguravano, vale a dire mentre sono state pubblicate
ricerche valutative sull'esito della psicoterapia, o meglio di alcune
forme di psicoterapia, di qualità più elevata rispetto a
quelle disponibili fino al 1983, dapprima il forte sviluppo della medicina
"basata sulle evidenze" e poi la necessità di associare
alle valutazioni di efficacia la valutazione dei costi dei trattamenti,
hanno determinato un miglioramento notevole degli standard qualitativi
degli studi valutativi in medicina.
Tale miglioramento rischia ora di lasciare ampio ed ancora più
difficile da colmare il gap tra la valutazione delle psicoterapie e la
valutazione di altre terapie.
Soprattutto se si utilizza un approccio public
health si deve oggi riconoscere che l'aumento delle richieste di
cure e di interventi, a fronte di una continua riduzione delle risorse
disponibili, impone agli amministratori, ma anche ai tecnici della salute,
una scelta oculata dei trattamenti da rendere disponibili. Non solo non
è (o non dovrebbe essere) più possibile somministrare trattamenti
di efficacia non provata, ma sta crescendo ed ancor più crescerà
la pressione a scegliere, a parità di efficacia e di profilo di
effetti collaterali, i trattamenti meno costosi.
Dunque la valutazione dei costi è diventata parte integrante del
processo valutativo e ne ha aumentato ulteriormente la complessità;
per essere condotta in modo metodologicamente corretto, la suddetta valutazione
richiede competenze e metodologie di raccolta ed analisi dei dati che
non possono certo essere improvvisate.
Le discipline che si occupano di salute mentale hanno
qualche difficoltà a tenere il passo, fuori ed ancor più
dentro il nostro Paese, che non è mai stato all'avanguardia nella
valutazione scientifica delle terapie psichiatriche e psicologiche e nel
quale coloro che si sono dimostrati indifferenti rispetto a questi temi
e coloro che si sono limitati ad importare ideologie e modelli valutativi
da altri Paesi, soprattutto dagli USA, sono stati ed, ahimè, sono
di gran lunga più numerosi di quelli che hanno tentato di sviluppare
esperienze e metodi originali.
E' essenziale quindi che, anche in Italia, gli psichiatri e gli psicologi
acquisiscano al più presto le conoscenze essenziali del processo
di analisi dei costi, per poter dare un contributo attivo e critico alla
loro valutazione e per poter convincere gli amministratori della necessità
di tenere in dovuta considerazione la specificità e le peculiarità
dei Servizi di Salute Mentale nei quali operano. Non è possibile,
infatti, applicare tout court a questi
Servizi metodi e tecniche costruite in altri Servizi sanitari.
Non è questa la sede per sviluppare questo discorso,
per approfondire il quale rimandiamo il lettore ad un volume di Francesco
Amaddeo e collaboratori, recentemente pubblicato dal Pensiero Scientifico
Editore (10).
Mi sembra utile tuttavia ricordare qui i risultati di uno studio americano,
pubblicato quest'anno sull'American Journal of Psychiatry, che ha analizzato
tutti i lavori sull'esito della psicoterapia (includendo terapie individuali,
di gruppo e della famiglia) pubblicati, dal 1984 al 1994, in lingua inglese,
su riviste che utilizzano il sistema della peer-review
(11).
Due risultati in particolare meritano di essere ricordati.
Il primo è che solo 35 dei 686 lavori selezionati (dunque solo
il 5%) riportavano misure di esito che avevano qualche implicazione relativa
ai costi.
Il secondo, che i risultati di questo piccolo sottogruppo di studi dimostravano
che la psicoterapia tende a ridurre i costi dei trattamenti di molte forme
di disturbi mentali gravi, tra i quali la schizofrenia, i disturbi affettivi
bipolari ed i disturbi di personalità borderline, apparendo quindi
come una sorta di "investimento" in grado di avere un impatto
positivo sulla performance lavorativa e di ridurre durata e frequenza
delle (costose) ospedalizzazioni.
Questi incoraggianti risultati possono avere solo un valore indicativo,
sia per lo scarso numero dei lavori (la maggior parte dei quali non erano
stati disegnati con lo scopo primario di valutare i costi in relazione
all'efficacia) che per alcuni limiti metodologici degli studi analizzati.
Ma si tratta di un'indicazione di grande valore euristico.
Questo aumento della complessità degli studi valutativi
sull'efficacia dei trattamenti deve fare i conti, nella nostra disciplina,
con un'altra complessità per così dire "storica":
quella di valutare la sofferenza psicologica ed i suoi cambiamenti.
Per quanto attiene la prima ricordo la necessità
di associare agli studi clinici controllati, in grado di dare indicazioni
sulla "efficacia teorica", stimata in situazioni "sperimentali"
(efficacy), studi effettuati nella pratica
clinica di routine che documentino la "efficacia pratica", nella
realtà clinica quotidiana (effectiveness).
Ma non basta.
Abbiamo anche bisogno di dati relativi a valutazioni effettuate sul lungo
periodo (invece che relative ad alcune settimane o a pochi mesi), che
tengano conto non solo delle variazioni nei sintomi, ma anche di quelle
nella qualità della vita, nella soddisfazione, nelle abilità
sociali e nei livelli di disabilità; che prendano in considerazione
le valutazioni soggettive effettuate dagli stessi pazienti, oltre che
quelle fatte dall'osservatore/ricercatore.
E' necessario infine utilizzare tecniche statistiche adeguate, come i
metodi multivariati "di nuova generazione" (ad esempio i modelli
grafici basati sull'analisi della "indipendenza condizionata",
che consentono di analizzare le relazioni tra coppie di variabili e di
rappresentarle graficamente, agevolando la lettura di risultati complessi
anche da parte dei clinici) (12).
Tali metodi devono essere in grado di tener conto del complesso pattern
di relazioni esistenti tra tutte le variabili in esame (predittive, di
processo e di esito) incluse nel modello.
Per quanto riguarda la seconda complessità il problema
principale mi sembra quello di superare le resistenze di coloro che continuano
a ritenere semplicemente "non misurabile" la sofferenza e le
difficoltà dei nostri pazienti e non quantificabile l'ineffabile
peculiarità del processo terapeutico.
Molta acqua è passata sotto i ponti, ma molta ancora
ne dovrà passare prima che si possa ragionare sull'efficacia delle
principali tra le centinaia di psicoterapie esistenti, avendo a disposizione
dati (sulla base dei quali confrontare e criticare le opinioni e le credenze)
che siano stati raccolti in modo ripetibile, verificabile e chiaramente
descritto. "La scienza è descrittiva
e dipende dalla verifica, mentre l'etica è prescrittiva e si basa
sulla giustificazione" (13).
Freud, che come ha ricordato recentemente Holmes (13)
è stato un implacabile critico della religione, "si
considerava uno scienziato che intendeva offrire un metodo, non una fede".
In che misura egli abbia mantenuto la sua promessa ed in che misura i
suoi numerosi discepoli e seguaci, come altri psicoterapeuti di diversa
formazione, utilizzino un metodo senza trasformarlo in una fede, rimane
tuttora questione controversa.
Questo volume di Anthony Roth e Peter Fonagy è
straordinario per almeno due motivi: per la ricchezza della documentazione
sulle valutazioni di efficacia delle psicoterapie che mette a disposizione
del lettore e per il taglio scelto nel selezionare e presentare i dati.
La prima caratteristica si rende manifesta al primo sguardo. La seconda
viene fuori a mano a mano che si procede nella lettura.
Finalmente un libro scritto da psicoterapeuti che conoscono i principi
del metodo scientifico e che filtrano attraverso questo metodo i risultati
degli studi e delle osservazioni che presentano, senza rinunziare peraltro
a citare e riportare anche quei dati, raccolti in situazioni non controllate,
che, per il loro valore intrinseco, possono fornire al lettore informazioni
e spunti stimolanti.
Non ho alcun dubbio che questo libro si dimostrerà
uno strumento conoscitivo prezioso per tutti gli psicoterapeuti che avranno
il buon senso di leggerlo.
Ritengo che esso possa essere altrettanto utile anche a quegli psichiatri
e psicologi che hanno sempre avuto un atteggiamento molto critico nei
riguardi della psicoterapia.
Essi pure hanno molto da imparare da Roth e Fonagy, purché siano
disposti ad abbandonare gli aspetti più dogmatici del loro paradigma
e ad allargare il loro sguardo a ciò che finora non hanno voluto
vedere.
Bibliografia
(1) Shepherd M. (1984). What price psychotherapy?.
British Medical Journal, 288, 809-810.
(2) Prioleau L., Murdoch M. & Brody B. (1983). An analysis of psychotherapy
versus placebo studies. The Behavioral and Brain Sciences, 6, 275-285.
(3) Frank J.D. (1983). The placebo in psychotherapy. The Behavioral and
Brain Sciences, 6, 291-292.
(4) Fava G.A. (1997). La ricerca in psicoterapia. Perché in Italia
è così poca? Epidemiologia e Psichiatria Sociale, 6, 81-83.
(5) Markowitz J.C. (1997). The efficacy of psychotherapy. Epidemiologia
e Psichiatria Sociale, 6, 84-88.
(6) Carli R. (1997). I porcospini rivisitati. Epidemiologia e Psichiatria
Sociale, 6, 89-98.
(7) Parry G. & Roth A.D.,(1997). Psychotherapy research: linking efficacy
to policy and practice. Epidemiologia e Psichiatria Sociale, 6, 99-106.
(8) Tansella M. (1991). Book review: Conceptual Issues in Psychological
Medicine, by M. Shepherd, Tavistock/Routledge, London, 1990. Psychological
Medicine 21, 1077-1079.
(9) Tuke D.H. Illustrations of the Influence of the Mind upon the Body
in Health and Disease., 2nd Ed., J. & A. Chrurchill, London. (citato
da Shepherd, 1984).
(10) Amaddeo F., Bonizzato P. & Tansella M. (1997). Valutare i Costi
in Psichiatria. Il Pensiero Scientifico Editore, Roma.
(11) Gabbard G.O., Lazar S.G., Hornberger J. & Spiegel D. (1997).
The economic impact of psychotherapy. A review. American Journal of Psychiatry,
154, 147-155.
(12) Biggeri A., Rucci P., Ruggeri M. & Tansella M. (1996). Multi-dimensional
assessment of outcome: the analysis of conditional independence as an
integrated statistical tool in model the relationships between variables.
In G. Thornicroft and M. Tansella (Eds.) Mental Health Outcome Measures,
pp. 207-216. Springer Verlag, Heidelberg.
(13) Holmes J. (1997) Values in psychotherapy. Australian and New Zealand
Journal of Psychiatry, 31, 331-339.
Tratto dal libro "Psicoterapie
e prove di efficacia. Quale terapia per quale paziente", di A.
Roth & P. Fonagy.
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