Nuovi modi di nascere: discipline a confronto
Redazione di Va' Pensiero


L'affermarsi delle tecniche di fecondazione medica assistita (FMA) e il suo dirompente impatto sul sistema di valori e identità personali e collettivi, costituisce una sfida per la psicoanalisi costretta a rielaborare il rapporto mente corpo. Il dialogo con discipline quali medicina e filosofia che condividono il suo stesso campo di indagine, costituisce un importante strumento per poter capire e gestire in modo appropriato questi cambiamenti. In quest'ottica hanno partecipato all'incontro di presentazione del numero monografico della rivista Richard e Piggle, dedicato alla riproduzione assistita, Paola Marion, della Società Psicoanalitica Italiana, Isabella Coghi, docente di Endocrinologia ginecologica, Sebastiano Maffettone, bioetico e docente di Filosofia politica, e Malde Vigneri, psicoanalista e docente di Fondamenti biologici del comportamento umano.

L'introduzione delle tecniche di FMA pone la persona, generatrice e generata, di fronte alla necessità di riconsiderare la propria individualità; i confini personali, infatti, vengono in qualche modo alterati sia in senso spaziale che temporale. L'invasività della fecondazione eterologa, ad esempio, rompe l'identità biologica e instaura un rapporto alterato con le origini con evidenti conseguenze sulle generazioni future. La riflessione psicoanalitica ha un ruolo importante nel mettere in luce come la separazione della sessualità dalla fecondazione comporti una cesura nella linearità simbolica della catena generativa: il generare può diventare un evento percepito come totalmente esterno al corpo e alla coppia, e interamente affidato all'istituzione medica.
Un districarsi del rapporto sessualità-procreazione, come lo ha definito Sebastiano Maffettone, che richiede quindi una rielaborazione sia del rapporto mente-corpo sia della relazione con l'altro.

Anche il medico (ginecologo, anestesista, ostetrico, ma anche biologo) ha dovuto adattarsi a una situazione profondamente cambiata rispetto al tempo dell'iniziazione alle biotecnologie. La ginecologa Isabella Coghi, membro del Comitato Nazionale di Bioetica, che ha vissuto interamente gli anni del passaggio dal modo naturale di concepire alle tecniche di fecondazione artificiale, racconta come le nuove tecnologie e i successi ottenuti abbiano generato nel sentire comune la falsa credenza di avere a disposizione uno strumento onnipotente, capace di superare qualsiasi difficoltà. Nella fase iniziale di applicazione delle tecniche di FMA, inoltre, la donna che si rivolgeva all'aiuto medico per la fecondazione erano sottoposte a un impegno incalzante e assoluto, alternato a lunghi periodi di solitaria attesa di risultati, che difficilmente lasciava alla coppia il tempo per una rielaborazione critica dell'incapacità di procreare e una presa di coscienza dell'alta probabilità di fallimento dell'intervento.

Nei suoi 25 anni nel campo della fecondazione assistita, Isabella Coghi testimonia un profondo cambiamento nell'atteggiamento medico: dalla tracotanza della tecnica finalizzata al risultato, ad una maggiore sensibilità verso le variabili individuali e una predisposizione all'ascolto delle pazienti e della coppia. Restano tuttavia ancora molti aspetti da migliorare, ad esempio la fase di accertamento sulla reale incapacità procreativa dovrebbe essere seguita da un tempo di riflessione in cui la coppia possa elaborare la ferita inferta della propria sterilità e vagliare le altre possibilità "per poter scegliere e non soccombere alla cura". A documentare le fasi di questa "sindrome di adattamento" che il medico vive, vi è anche l'intervento di Malde Vigneri, che racconta da psicologa la sua esperienza con l'équipe di specialisti (ginecologi, biologi, anestesisti, tecnici). Oggi si cerca di evitare la rotazione all'interno dell'équipe: il gruppo mantiene il suo ruolo non modulando il processo di fecondazione assistita solo in virtù delle fasi tecniche, ma individualizzandolo attraverso la figura di un solo medico che diventa il referente costante della coppia. La psicologa ha evidenziato l'importanza dell'introduzione di tempi morti in cui è data alla coppia la possibilità di fantasticare anche su un eventuale retrocessione dal trattamento.

Malde Vigneri, inoltre, si fa portavoce del "cambiamento di ottica" richiesto alla riflessione psicanalitica. La sua esperienza iniziata con due pazienti in analisi, entrambe con un trascorso decennale estremamente sofferto di pratiche di fecondazione artificiale, le ha permesso di passare da un ascolto “pietistico e in qualche modo ghettizzante” di neofita a un ampliamento di orizzonte grazie a “neutrali riflessioni analitiche” sulla maternità e sul corpo. Se questo cambiamento non avviene, come rileva Paola Marion, si rischia “di sovrapporre al nuovo categorie e concetti precedentemente elaborati per riportarlo all'interno dei propri limiti”.

La Vigneri conclude lasciando intravedere scenari futuribili, ma non impossibili, ripercorrendo la strada del soggetto verso l'artificialità fino ad esplorarne le sue derive più estreme, ponendo l'attenzione sul rischio che le donne arrivino a vivere l'infertilità e la fecondazione assistita rendendo artificiosi il desiderio stesso e la "generatività". Uno spunto che apre il dibattito anche al tema "nato da FMA", che sembra rendere necessaria la formulazione di nuove categorie ma, come ricorda Lorena Preta, direttrice della rivista Psiche, "se da una parte è necessario rivendicare uno spazio di riflessione più umano su un tema che sembra essere riservato alla tecnica, è fondamentale farlo senza correre il rischio di inserire forzatamente madri e nati da biotecnologie in una categoria di alieni", evitando così di reificare i prodotti della fecondazione artificiale.

17 maggio 2004

indietro

Mail Mappa Home
© Il Pensiero Scientifico Editore