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Uno studio pubblicato sull'ultimo numero di Lancet sul consumo di farmaci in 26 paesi europei classifica l'Italia tra
le prime cinque nazioni
che prescrivono gli antibiotici più del necessario. Nell'ottica
di controllare il problema dell'abuso dei farmaci, in particolare nella
popolazione infantile, perché è importante uno studio
multicentrico come l'Osservatorio ARNO?
Per due motivi direi. Il primo è insito nella continuità del
progetto ARNO-Pediatria che è arrivato alla terza tappa del percorso
iniziato con il primo rapporto del 1998, a cui ha fatto seguito il secondo
nel 2000. La continuità consente, infatti, di monitorare nel
corso degli anni se cambia e, se sì, come cambia la prescrizione
di farmaci ai bambini e, allo stesso tempo, di verificare come si modificano
le abitudini prescrittive che possono rispecchiare le indicazioni di
linee-guida o le decisioni prese dalle autorità regolatorie.
Analizzando questi dati è possibile misurare quale impatto potrebbero
avere delle iniziative di educazione e formazione degli operatori sanitari
e dei pazienti.
E il secondo motivo?
L'altro motivo per cui diventa sempre più importante il sistema
di monitoraggio ARNO è che nel corso degli ultimi anni sta crescendo
la popolazione valutabile dall'Osservatorio. Oggi questa conta
quasi un milione di bambini di età inferiore ai 14 anni e ricopre
quasi tutto il territorio nazionale; inizialmente, invece, l'osservatorio
era concentrato per lo più nel Nordest italiano, con il Veneto
che ha sempre fatto un po' la parte del leone, e in altre regioni quali
la Liguria e la Toscana. Adesso con l'inserimento di Asl del Centro
e del Sud (Napoli, Teramo, Ancona, Roma, ecc.), il territorio italiano
viene coperto in maniera più omogenea e il campione diventa più significativo,
migliorando così l'attendibilità dei dati che emergono
dal monitoraggio.
Vi è un diverso (ab)uso di farmaci tra
Nord e Sud?
Da una prima analisi superficiale sembra di sì, ma molto dipende
dal farmaco. Ad esempio, dal monitoraggio emerge che alcuni antibiotici
vengono somministrati maggiormente in alcune Asl del meridione, come
quelle di Napoli, mentre le prescrizione di antidepressivi e psicofarmaci
in età adolescenziale sembrano maggiori nelle Asl della Toscana
(probabilmente perché in questa regione sono presenti alcuni
centri specialistici).
Qual è il peso del genitore ansioso e apprensivo nell'abuso
della prescrizione dei farmaci? E qual è il peso del medico?
Non è facile dirlo sulla base dei dati raccolti dall'Osservatorio
ARNO, tuttavia entrambe le componenti sembrano parteciparvi. Da una
parte, c'è il genitore ansioso e apprensivo che pretende una
terapia per il figlio con l'idea che il farmaco sia risolutivo del problema
anche quando non è necessario. Dall'altra, c'è il pediatra
che non sempre riesce a far fronte all'ansia dei genitori. I dati
ARNO raccolti rilevano che nel 2003 sono stati prescritti 645 principi
attivi corrispondenti a 2.813 specialità farmacologiche, per
un totale di quasi 3 milioni di pezzi; mediamente ogni bambino ha ricevuto
3,1 prescrizioni e 4,8 confezioni di farmaci. La cosa singolare è che
i 20 farmaci più prescritti dei 645 bastano da soli a coprire
l'81 per cento delle confezioni dispensate. Un numero così elevato
di principi attivi è quindi ingiustificato visto che ne basterebbe
una ventina per coprire i più frequenti bisogni terapeutici dei
bambini; sembra esserci un ricorso esagerato a farmaci per la maggior
parte dei quali non ci sono abbastanza prove di efficacia e di sicurezza
sui bambini. È probabile che il medico quando si trova a dover
gestire l'ansia del genitore dia una risposta che non è sempre
quella supportata da evidenze.
Ha toccato il problema delicato dei farmaci off-label,
cioè farmaci
molto spesso utilizzati nei bambini senza che non siano stati registrati
a tal fine… Il problema di fondo è la carenza di ricerca
clinica in ambito pediatrico?
La ricerca è carente principalmente perché chi deve realizzarla
(quasi sempre la farmaceutica) non ha interesse a sperimentare farmaci
per l'età pediatrica. In fin dei conti i bambini sono "pazienti
sani" e, quindi, sono dei pessimi consumatori di farmaci nell'ottica
di chi li produce e di chi li vende. Dall'Osservatorio ARNO risulta
che la spesa complessiva dei farmaci rimborsabili dal SSN in pediatria è irrisoria
sfiorando solo il 3 per cento; l'industria ha quindi poco da guadagnarci
sui farmaci pensati specificamente per i bambini. Ci sono comunque anche
diverse difficoltà oggettive di ordine etico e di tipo pratico
perché la sperimentazione dei farmaci pediatrici richiede una
complessa e specifica organizzazione (basta considerare, per esempio,
che il bambino di un anno è diverso da quello di 6 anni e dall'adolescente,
quindi la sperimentazione deve essere condotta su più classi
di età).
La sperimentazione clinica andrebbe quindi incentivata?
Certamente. E si sta valutando il problema a livello europeo per cercare
di capire come riuscire a convincere le industrie farmaceutiche che
anche la sperimentazione clinica pediatrica è necessaria.
E una maggiore formazione potrebbe arginare il problema dell'abuso
dei farmaci?
Dal punto di vista formativo ci sono diverse iniziative. Ne cito una
che ha coinvolto il nostro Laboratorio all'Istituto Mario Negri, in
collaborazione con l'allora Direzione Generale della Valutazione
dei Medicinali e della Farmacovigilanza del Ministero della Salute (oggi
Agenzia Italiana del Farmaco, ndr), e che ha portato alla pubblicazione
nel 2003 della "Guida
all'uso dei farmaci per i bambini".
La guida è la traduzione, adattata alla realtà italiana,
del "Medicines
for children",
uno dei pochi formulari pediatrici esistenti in Europa che rappresenta
un punto di riferimento unico nella documentazione dell'uso dei farmaci
nei bambini con particolare attenzione al problema degli off-label.
L'idea è di partire da un prontuario che raccolga informazioni
su tutti i farmaci di uso pediatrico – indipendentemente dall'esistenza
o meno di un'autorizzazione per l'uso in età pediatrica – per
fornire informazioni sulla sicurezza e l'efficacia nei bambini. Questo è uno
dei diversi tentativi di superare il problema dell'off-label.
Intravede altre strade da percorrere?
Credo che un altro grande intervento per la formazione sia la sperimentazione
in pediatria che coinvolga direttamente i pediatri di base. Dal 2001 è in
vigore un decreto ministeriale che ha reso possibile anche la sperimentazione
in medicina generale. Purtroppo il decreto è ancora poco attuato;
infatti, in Italia sono poche le sperimentazioni avviate in questo campo
della medicina, e in pediatria mancano del tutto. Ma rendere partecipi
coloro che per primi prescrivono i farmaci – i pediatri di base – potrebbe
essere una buona formazione: il fatto di essere coinvolti in prima persona
come sperimentatori può servire a capire cosa vuol dire sperimentare
un farmaco, che cosa è uno studio e cosa vuol dire analizzare
i dati raccolti. Non solo, i pediatri potrebbero e dovrebbero promuovere
sperimentazioni, partendo dalla propria esperienza professionale, dai
bisogni che giungono alla loro attenzione e per i quali mancano risposte
adeguate.
Spostandoci invece sul versante del genitori sono previste delle campagne
di sensibilizzazione capillari?
C'è stata una campagna promossa dal Ministero della Salute
che ha distribuito alle famiglie italiane un opuscolo sull'uso
dei farmaci. A questa si aggiungono delle iniziative locali gestite
per lo più dalle Asl che si attivano, attraverso opuscoli o poster,
per sensibilizzare le famiglie e i pazienti a un uso corretto dei farmaci;
sono certamente piccole iniziative, ma comunque utili perché hanno
il pregio di raggiungere capillarmente gli utenti del sistema sanitario.
Tuttavia ritengo che la campagna educazionale da sola non sia sufficiente
perché, innanzitutto, per migliorare il rapporto tra gli operatori
sanitari e i pazienti, serve un coinvolgimento degli operatori sanitari
stessi e di chi dovrebbe avere a cuore la sanità pubblica: cercare
di mettersi in comunicazione e in sintonia con i pazienti e i genitori
(anche se non è sempre facile), di spiegare perché a volte
non è necessario prescrivere un farmaco, spiegare quali potrebbero
essere invece i rischi di un uso scorretto dei farmaci. E poi c'è un
problema di mentalità da scardinare…
Cioè?
Alla base di tutto è necessario cambiare un po' la nostra
mentalità che ci porta a volere che tutto funzioni al meglio
e sia perfetto (in base a questa mentalità anche il nostro il
bambino deve essere perfetto e non può nemmeno ammalarsi). Invece,
dovremmo capire che talvolta si deve convivere con la malattia e non
pretendere che il bambino sia guarito il giorno prima che si ammali;
dovremmo riappropriarci del concetto di malattia che viene rifiutato
nella nostra società.
Una battaglia difficile da combattere, in particolare
per i genitori che istintivamente cercano il meglio per il proprio
figlio…
Indubbiamente. Comunque dovrebbe essere un dovere della nostra società educare
non solo i genitori ma anche i bambini, i quali rischiano di essere
più degli spettatori innocenti della somministrazione di farmaci
che degli attori: viene detto loro di assumere la medicina senza che
nessuno spieghi loro perché devono farlo e quali rischi o effetti
indesiderati potrebbe incontrare. Gli adolescenti e i bambini hanno
la capacità di comprendere e hanno anche il diritto di sapere
come e perché usare un farmaco…
La tendenza all'autoprescrizione o ad affidarsi
al parere del farmacista può influire?
In età pediatrica in misura minore rispetto all'età adulta
perché in età pediatrica è meno diffusa l'autoprescrizione
e l'uso dei farmaci da banco, a parte di alcuni farmaci più tradizionali
come il paracetamolo che rappresenta il farmaco più utilizzato
in assoluto nei bambini. Quando si tratta della salute dei propri figli
i genitori sono più portati a cercare il consulto del pediatra
che non del farmacista. Il "fai da te" riguarda forse più i
prodotti erboristici e i medicinali che si hanno in casa…
Perché con dei medicinali nell' armadietto di casa è più facile
cadere nell'autoprescrizione?
Non è possibile fare emergere questo dato dagli studi quali
l'Osservatorio ARNO, perché mancano gli strumenti per fare
delle indagini campionarie statistiche per documentare il "fai
da te" che spesso i pediatri o i medici di medicina generale segnalano.
Tuttavia, sembra diffusa la tendenza da parte dei genitori a somministrare
al figlio, di propria iniziativa senza interpellare il medico, un farmaco
che si ha in casa per il semplice motivo che la volta precedente aveva
funzionato e quindi dovrebbero andare bene anche una seconda volta.
E invece non c'è niente di più sbagliato: se il
ricorso al pediatra per farmaci di uso comune come il paracetamolo non è sempre
necessario, lo diventa invece per altri medicinali, ad esempio gli antibiotici
che non servono a nulla se l'infezione è di tipo virale.
Quindi bisogna evitare di somministrare i farmaci rimasti nell'armadietto
che avevano fatto guarire il figlio la volta precedente.
16 febbraio 2005
Per saperne di più sul progetto ARNO-Pediatria…
Maurizio Bonati, Marisa Di Rosa. ARNO-Pediatria
2003: un Progetto unico che può contribuire a migliorare l'uso
razionale dei farmaci per i bambini. Ricerca & Pratica, novembre-dicembre 2004; 20:
222. (.PDF)
Antonio Clavenna, Maurizio Bonati, Elisa Rossi et al. Progetto
ARNO.
Bambini e farmaci. Il profilo prescrittivo della popolazione pediatrica
italiana nelle cure primarie. Ricerca & Pratica, novembre-dicembre
2004; 20: 224-44. (.PDF)
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