I conflitti di interessi non esistono
Intervista a Gianni Tognoni, direttore del Consorzio Mario Negri Sud, S. Maria Imbaro, Chieti
   
Secondo una definizione fornita da Thompson sul New England Journal of Medicine, "i conflitti di interessi rappresentano quell'insieme di condizioni in cui il giudizio professionale relativo a un interesse primario (come il benessere di un paziente o la validità di una ricerca) può essere influenzato in modo improprio da interessi secondari (come un vantaggio economico). Lei provocatoriamente sostiene che oggi il conflitto d'interessi in medicina non esiste…

Può sembrare provocatorio, o retorico, o polemico. Le etichette, le prassi, le competenze chiamate in causa sono diverse: dalla bioetica, alla trasparenza, ai codici deontologici, all’auditing dei pari o dei garanti, ai giuramenti di Ippocrate rinnovati-riformulati. L’ipotesi che sottende i dibattiti, le raccomandazioni, le pratiche pervasive e i rituali di autodichiarazione del tipo e del grado di conflitti di interessi è molto semplice: si assume, come postulato, che il sistema di riferimento per coloro che praticano la medicina sia quello dell’assenza di interessi che non siano quelli di una professionalità autonoma, responsabile solo riguardo al benessere dei pazienti e della salute pubblica.
È vero che, a tratti, l’uno o l’altro scandalo più o meno esteso, o le dimissioni di editori di prestigiosissime riviste scientifiche suggeriscono la precarietà dei principi di autonomia e di indipendenza sempre più frequentemente riaffermati, ma l’ipotesi-postulato tiene: gli "scandali" vengono presto riassorbiti, e l’ipotesi-postulato che a questo punto si coniuga è che il conflitto di interessi c’è, ma è un virus, si combatte e si vince. Forse è tempo di provare a non stare alle regole di questo gioco. Non per essere più pessimisti, ma più realisti e disincantati.

Lei mette in questione proprio questa ipotesi-postulato, come mai?

La medicina non è altro che l’espressione dei valori-poteri dominanti nella società in cui vive e si esercita. Da tempo, questa società non ha come categoria (=interesse) di riferimento la risposta prioritaria e imprescindibile ai bisogni (inevasi, dei più deboli), ma l’adozione progressiva, e premiata, di una logica di affermazione competitiva di interessi privati. La Costituzione Europea abolisce di fatto (=ignora, non considera come interesse di riferimento) l’articolo 3 della Costituzione italiana che sancisce che i diritti sono garantiti solo se sono parte e obiettivo di un progetto permanente di ricerca di diritti-quotidiani, e non l’esercizio della reiterazione del loro "dover essere".

Dunque, per definizione i diritti (valori che dovrebbero essere primari) vengono solo dopo gli interessi (che di fatto sono primari)?

Mai come in questi tempi di cittadinanza globale, le persone (=interesse di riferimento dei diritti, e della medicina) sono molto meno libere di circolare e avere diritti rispetto alle merci (=in medicina, prestazioni, farmaci, acquisibili su mercati competitivi). La medicina vive in, ed esprime, (non si contrappone a) questa società. La saga-cultura aziendale è la versione italiana esplicita di questa omologazione: banale nella sua faciloneria ma drammatica, non solo per le conseguenze sulle persone ma anche per la serietà con cui è stata assunta come categoria di riferimento, non subita, ma condivisa anche da (molti) medici.

Un conflitto di interessi capovolto e promosso a regola del gioco?

Il "conflitto di interessi" non può esistere, essendo cessato il termine di riferimento strutturale della salute come diritto; il conflitto di interessi è capovolto: riguarda chi pretende di porre come norma operativa princìpi strutturalmente negati. È ciò che succede per i diritti umani: sono affermati come "indispensabili e obbligatori", ma devono rispettare e mettersi in lista di attesa rispetto a quelli economici. L’azienda sanità rimanda alla politica globale, che non per nulla ha tolto al "diritto alla salute" la sua qualifica di "fondamentale universale".

A nulla servono le numerose iniziative che tentano di debellare il "virus": disclosure, definizione di regole chiare tra sponsor e ricercatori, attivazione dei registri degli studi in corso, serietà e rispetto delle regole per chi fa divulgazione dell'informazione scientifica?

Non c’è dubbio che la denuncia di questa anomalia è dovuta e prioritaria, così come continua ad esserlo quella della guerra proposta come legittimo strumento di diritto. L’impressione è che, in medicina, la denuncia abbia già raggiunto un livello di saturazione, e sia a rischio, come la proliferazione dell’etica, di rappresentare una trappola di autogratificazione. Potrebbe essere tempo di privilegiare attività che sperimentano (=cercano spazi istituzionali e culturali concreti dove si documenta) la praticabilità di uno-tanti progetti su misura del tempo che si vive.

Può farci un esempio?

La "localizzazione" delle problematiche dei conflitti di interessi nelle sperimentazioni e pubblicazioni scientifiche è fuorviante, e un po’ patetica: quasi si chiedesse di prendere delle vacanze etiche o di trasparenza.

Ci deve essere un'alternativa...

La domanda vera, che chiede di essere adottata con estrema serietà, come compito di ricerca, oltre che per le implicazioni di diritto (ed economico-gestionali!), può essere: qual è la accountability complessiva della pratica rispetto al mercato privato-pubblico dell’assistenza, alla dis-continuità delle discipline e dei livelli di cura, ai "nuovi" farmaci, magari con protocolli "compassionevoli"?

26 gennaio 2005

Questo caffè riprende una parte dell'intervento "Il conflitto di interessi non esiste" (.PDF), di Gianni Tognoni, la cui versione integrale è stata pubblicata sulla rivista Assistenza infermieristica e ricerca, 2004; 23(4): 257-9.

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