Secondo una definizione fornita da Thompson sul
New England Journal of Medicine, "i conflitti di interessi
rappresentano quell'insieme di condizioni in cui il giudizio professionale
relativo a un interesse primario
(come il benessere di un paziente o la validità di una ricerca) può essere
influenzato in modo improprio da interessi secondari (come un vantaggio economico).
Lei provocatoriamente sostiene che oggi il conflitto d'interessi in medicina
non esiste…
Può sembrare provocatorio, o retorico, o polemico. Le etichette,
le prassi, le competenze chiamate in causa sono diverse: dalla bioetica,
alla trasparenza, ai codici deontologici, all’auditing dei pari
o dei garanti, ai giuramenti di Ippocrate rinnovati-riformulati. L’ipotesi
che sottende i dibattiti, le raccomandazioni, le pratiche pervasive e
i rituali di autodichiarazione del tipo e del grado di conflitti di interessi è molto
semplice: si assume, come postulato, che il sistema di riferimento per
coloro che praticano la medicina sia quello dell’assenza di interessi
che non siano quelli di una professionalità autonoma, responsabile
solo riguardo al benessere dei pazienti e della salute pubblica.
È
vero che, a tratti, l’uno o l’altro scandalo più o
meno esteso, o le dimissioni di editori di prestigiosissime riviste scientifiche
suggeriscono la precarietà dei principi di autonomia e di indipendenza
sempre più frequentemente riaffermati, ma l’ipotesi-postulato
tiene: gli "scandali" vengono presto riassorbiti, e l’ipotesi-postulato
che a questo punto si coniuga è che il conflitto di interessi
c’è,
ma è un virus, si combatte e si vince. Forse è tempo di
provare a non stare alle regole di questo gioco. Non per essere più pessimisti,
ma più realisti e disincantati.
Lei mette in questione proprio questa
ipotesi-postulato, come mai?
La medicina non è altro che l’espressione dei valori-poteri
dominanti nella società in cui vive e si esercita. Da tempo, questa
società non ha come categoria (=interesse) di riferimento la risposta
prioritaria e imprescindibile ai bisogni (inevasi, dei più deboli),
ma l’adozione progressiva, e premiata, di una logica di affermazione
competitiva di interessi privati. La Costituzione Europea abolisce di
fatto (=ignora, non considera come interesse di riferimento) l’articolo
3 della Costituzione italiana che sancisce che i diritti sono garantiti
solo se sono parte e obiettivo di un progetto permanente di ricerca di
diritti-quotidiani, e non l’esercizio della reiterazione del loro "dover
essere".
Dunque, per definizione i diritti (valori che dovrebbero essere primari)
vengono solo dopo gli interessi (che di fatto sono primari)?
Mai come in questi tempi di cittadinanza globale, le persone (=interesse
di riferimento dei diritti, e della medicina) sono molto meno libere
di circolare e avere diritti rispetto alle merci (=in medicina, prestazioni,
farmaci, acquisibili su mercati competitivi). La medicina vive in, ed
esprime, (non si contrappone a) questa società. La saga-cultura
aziendale è la versione italiana esplicita di questa omologazione:
banale nella sua faciloneria ma drammatica, non solo per le conseguenze
sulle persone ma anche per la serietà con cui è stata assunta
come categoria di riferimento, non subita, ma condivisa anche da (molti)
medici.
Un conflitto di interessi capovolto e promosso a regola del gioco?
Il "conflitto di interessi" non può esistere, essendo
cessato il termine di riferimento strutturale della salute come diritto;
il conflitto di interessi è capovolto: riguarda chi pretende di
porre come norma operativa princìpi strutturalmente negati. È ciò che
succede per i diritti umani: sono affermati come "indispensabili
e obbligatori", ma devono rispettare e mettersi in lista di attesa
rispetto a quelli economici. L’azienda sanità rimanda alla
politica globale, che non per nulla ha tolto al "diritto alla salute" la
sua qualifica di "fondamentale universale".
A nulla servono le numerose iniziative che tentano
di debellare il "virus":
disclosure, definizione di regole chiare tra sponsor e ricercatori, attivazione
dei registri degli studi in corso, serietà e rispetto delle regole
per chi fa divulgazione dell'informazione scientifica?
Non c’è dubbio che la denuncia di questa anomalia è dovuta
e prioritaria, così come continua ad esserlo quella della guerra
proposta come legittimo strumento di diritto. L’impressione è che,
in medicina, la denuncia abbia già raggiunto un livello di saturazione,
e sia a rischio, come la proliferazione dell’etica, di rappresentare
una trappola di autogratificazione. Potrebbe essere tempo di privilegiare
attività che sperimentano (=cercano spazi istituzionali e culturali
concreti dove si documenta) la praticabilità di uno-tanti progetti
su misura del tempo che si vive.
Può farci un esempio?
La "localizzazione" delle problematiche dei conflitti di interessi nelle sperimentazioni e pubblicazioni scientifiche è fuorviante,
e un po’ patetica: quasi si chiedesse di prendere delle vacanze
etiche o di trasparenza.
Ci deve essere un'alternativa...
La domanda vera, che chiede di essere adottata con estrema serietà,
come compito di ricerca, oltre che per le implicazioni di diritto (ed
economico-gestionali!), può essere: qual è la accountability complessiva
della pratica rispetto al mercato privato-pubblico dell’assistenza,
alla dis-continuità delle discipline e dei livelli di cura, ai "nuovi" farmaci,
magari con protocolli "compassionevoli"?
26 gennaio 2005
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