15 Ottobre 2009
Il libro non basta più
 
"Che profumo, senti un po’, ma da dove ariva?" "Vieqquà, nun te affaccia’ così, scendi giù, sarà er camper coi wurstel". "Ma quali wurstel, vie’ a vede, che ce so’ i cuochi che stanno a cucina’ in mezzo ai libbri". "Anvedi oh, ci hanno pure i cappelli…"

Il numero degli editori che espongono alla Fiera del libro continua a calare: siamo passati dai 7448 del 2007 ai 7373 dell’anno scorso fino ai 7314 di quest’anno. In compenso, però, ci sono i cuochi. E duemila cinesi che si muovono freneticamente per le Halles per vendere servizi prima ancora che per comprare diritti.

Ci sono i cuochi, dunque, ma non solo. "Ce sta pure ‘na cosa colle fotografie e una col cinema", direbbe la signora impellicciata (che dopo diversi anni di sauna ha fatto la cosa giusta, invidiata dagli americani col completo nero leggero) inseguita dal marito editore in vacanza premio auto aggiudicata. Spazio alle agenzie fotografiche e alle case di produzione cinematografica come la Fandango ("aho, se so’ sbajati, c’è scritto Gomorrha coll’acca…") a cavallo tra film e business librario. Interventi palliativi per combattere la crisi? Neanche per segno, sostiene il direttore della Buchmesse, Juergen Boos: "Se stiamo parlando di crisi economica, allora dobbiamo discutere solo delle difficoltà degli editori statunitensi e del Regno Unito; altrove, la gente sta ancora lavorando, nonostante ciò che accade nei paesi anglosassoni". Spazio dunque a profumi e sapori della cucina internazionale: solo in una nazione da questo punto di vista emergente, come la Gran Bretagna, il business della gastronomia vale 78 milioni di sterline: "L’International Gourmet Gallery – sostiene Boos su The Bookseller – può orientare le tendenze del mercato culinario, presentandolo ad una audience più vasta".
I profumi si spandono nell’aria e la sensazione è spiazzante; eravamo abituati ad una Fiera in cui trionfava l’hard (che avete capito? Non in "quel" senso, da quando le scorribande erotiche sui barconi sul Meno dell’agente librario padovano sono soltanto un ricordo) sull’impalpabilità delle percezioni sensoriali. E se non fosse semplicemente un innamoramento transitorio della direzione di un evento preoccupato per il proprio futuro? "Il libro non potrà più essere definito come un oggetto ma come un’esperienza, un’unità di significato, alcune delle quali prodotte in forma cartacea, bella e personalizzata, altre in edizioni online, avverte Chris Meade, direttore del seducente progetto if:books; sorprendentemente, però, il termine resta, grazie a Macbooks, a facebook, agli audiobooks e ai digibooks, a Skybooks e ifbooks, ma includendo eventi, rappresentazioni, registrazioni, siti web che esigono attenzione. E tutti i libri sono anche comunità, sebbene la gran parte conservi un carattere di quiete, come quelle dei frequentatori delle biblioteche che condividono in silenzio lo stesso spazio virtuale".

Le visioni di Meade ci tranquillizzano, quasi a convincerci che il passaggio dall’hard al soft sarà… soft, per l’appunto. A farci tornare sulla terra (e a cercare conforto nell’alcol dei proverbiali parties della Fiera) sono i numeri del 2008: l’89 per cento del fatturato dell’editoria scientifica e tecnica proviene dalle vendite di prodotti digitali e solo l’11 per cento dall’editoria cartacea. Ma non solo i ricavi sono "elettronici"; è l’intera filiera produttiva e promozionale che è radicalmente cambiata, anche se in tanti (soprattutto in Italia) fanno finta di niente: basta leggere un esilarante articolo di Ellis Weiner uscito sul New Yorker che spiega il nuovo Marketing Plan, tra video su YouTube, segnalazioni su Twitter e penetrazione sui social network…

LdF