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Placebo: definizione e significato
attuali diagnosi come placebo, placebo e dummy
La definizione del placebo più esauriente è probabilmente questa: «Placebo è ogni procedura deliberatamente attuata per ottenere un effetto o che, anche senza che se ne abbia nozione, svolge un’azione sul paziente o sul sintomo o sulla malattia, ma che oggettivamente è priva di ogni attività specifica nei confronti della condizione oggetto di trattamento. Tale procedura può essere attuata con o senza consapevolezza che si tratti di un placebo». E ancora: «Tale procedura include pertanto tutte le direttive mediche, indipendentemente dal fatto che si tratti di farmaci orali o parenterali, di preparazioni per uso topico, di inalanti, di procedure meccaniche, chirurgiche o psicoterapiche». E infine: «Il placebo è anche usato per costituire un controllo adeguato nella ricerca clinica». Si tratta in realtà di una sintesi di più definizioni date da Shapiro tra il 1964 ed il 1971 (1,2), lievemente diverse per sfumature ma ben ferme su alcuni concetti base. Apparentemente simile ad altre definizioni anche recenti (tabella 3.1) questa di Shapiro è forse l’unica a cogliere tutti gli elementi caratterizzanti il placebo. In più di una delle definizioni riportate in tabella 3.1, che pure sono tratte da una letteratura di tutto rispetto, si può tra l’altro rilevare un errore di fondo piuttosto singolare sotto il profilo concettuale. Il placebo è infatti descritto come «sostanza inerte» o «composto inattivo», quando invece l’esistenza dell’effetto placebo, di rilevanza non di rado molto significativa, dimostra proprio il contrario e cioè che esso è tutt’altro che inerte o inattivo. Tabella 3.1 - Placebo: definizioni in più recenti dizionari, enciclopedie, trattati 1985 Sostanza inattiva data per soddisfare la richiesta di medicine da parte del paziente (3) 1987 Preparazione farmaceutica completamente priva di sostanze attive usata a scopo suggestivo e nella sperimentazione clinica per confronto con farmaci veri (4) 1990 Usa sostanza inerte data come medicina per il suo effetto suggestivo e negli studi clinici comparativi con aspetto identico a quello del farmaco attivo (5) 1994 Sostanza inattiva, di aspetto identico al farmaco sottoposto ai test, e somministarta ai soggetti o ai pazienti in condizioni simili (6) 1995 Preparazione farmaceutica, priva di sostanze terapeutiche, costituita solo da principi inerti, identica in apparenza ad un farmaco (7) 1998 Sostanza farmacologicamente inerte che viene somministrata soprattutto per gli effetti psicologici che può avere sul paziente oppure per eseguire confronti con medicamenti efficaci in una serie di esperimenti clinici (8) 1999 Ogni preparato privo di sostanze attive somministrato a un paziente con disturbi di origine non organica per suggestionarlo, facendogli credere che si tratta di una cura reale, oppure usato in sostituzione di un farmaco per misurare l’azione farmacologica (9) 1999 Sostanza presumibilmente inerte usata in studi controllati per confronto con farmaci presumibilmente attivi o prescritta per curare i sintomi o assecondare il desiderio di medicine del paziente (10) In primo luogo, dalla definizione di Shapiro si evince che il placebo
non si identifica necessariamente con un composto (anche se questa è l’eventualità più frequente),
ma può essere una qualsiasi terapia anche non farmacologica. Ultrasuoni,
onde elettromagnetiche, terapie idropiniche, un consiglio, un incoraggiamento,
un’attenzione particolare, l’inserimento in uno studio, il
coinvolgimento in una iniziativa, un visual, una musica, una preghiera
sono tutti potenziali placebo. La stessa formulazione di una diagnosi può fungere
da placebo e sortire già di per sé un effetto favorevole
in un paziente che abbia esigenza di chiarire la natura dei suoi disturbi.
Due esempi eloquenti. Il primo è l’esperienza riferita da
Cagliano (11) condotta su 200 soggetti ricorsi al
medico perché affetti
da disturbi verosimilmente non organici quali mal di testa, vago mal di
pancia o di schiena, tosse, stanchezza, mal di gola: il 66% dei soggetti
nei quali s’era posta una qualche diagnosi risultava significativamente
migliorato a due settimane contro un 39% registrato nei soggetti non diagnosticati.
Nello stesso esperimento metà dei soggetti diagnosticati e metà anche
di quelli non diagnosticati riceveva pure un farmaco-placebo (cioè un
farmaco in apparenza, ma di fatto un placebo): circa il 50% dei pazienti
migliorava sia tra i pazienti che assumevano il medicinale sia tra quelli
non trattati. La diagnosi tranquillizzante risultava essere un placebo
più efficace del farmaco-placebo! Il secondo esempio è lo
studio di Sox (12), condotto su 176 pazienti con dolore toracico per i
quali già era stata esclusa un’origine coronarica. I soggetti
venivano suddivisi in due sottogruppi, A e B, che ricevevano identico trattamento
analgesico. Il gruppo A, tuttavia, veniva sottoposto anche a elettrocardiogramma
(evidentemente pleonastico, non necessario) e al dosaggio nel sangue di
un enzima che aumenta in caso di infarto (ovviamente altrettanto superfluo).
Ebbene, solo i pazienti del gruppo A sottoposti ai due esami del tutto
inutili, dato che la natura cardiaca era già stata esclusa, riferivano
un significativo calo del dolore toracico, una minore preoccupazione ed
una più spiccata fiducia nel trattamento.
Non c’è ovviamente dolo quando la placebo-terapia è fatta
in buona fede, e cioè il medico stesso è convinto di dare
qualcosa di specificamente efficace e benefico per il paziente. Tuttavia,
ciò non deve succedere se per la condizione che si vuole curare
esistono già provvedimenti di efficacia documentata (e quindi
superiore a quella del placebo) che il medico ha l’obbligo di conoscere. È questo
in sostanza l’ambizioso e sacrosanto obiettivo della cosiddetta «Medicina
basata sulle prove» (Evidence Based Medicine) (13) e della «Educazione
Continua in Medicina» (Continuing Medical Education) (14): il medico
moderno, utilizzando le attuali possibilità di aggiornamento ampliatesi
in modo inimmaginabile fino a pochi anni or sono (anche «in Rete» i
siti sull’argomento non mancano di certo), è in grado se
vuole di essere informato molto più di un tempo circa le terapie
che sta per prescrivere.
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