L’appuntamento è a Roma mercoledì 13 dicembre, all’Istituto
Superiore di Sanità.
L’iniziativa si inserisce in un insieme
di eventi che hanno coinvolto figure professionali diverse e organizzazioni
sociali, e che avranno un seguito a Pisa, dove è previsto l’intervento
di un rappresentante dell’Organizzazione
Mondiale della Sanità e di Giovanni Berlinguer.
L’analisi dell’Osservatorio per la salute globale prende
in esame le politiche governative per la cooperazione. Perché non
funzionano?
I problemi sono di due tipi: da un lato quantitativo
e riguarda l’entità delle
risorse messe a disposizione dei paesi poveri; dall’altro qualitativo.
Iniziamo dal primo?
L’Italia destina pochi soldi all’aiuto allo sviluppo: ben sotto
lo 0,7 per cento del prodotto interno lordo cui ci siamo impegnati; siamo
sotto le medie dell’Unione Europea e spendiamo circa un terzo di Francia,
Germania e Gran Bretagna. Anche i fondi disponibili per la cooperazione allo
sviluppo sono scarsi. In più, tendono a diminuire, al contrario di
quanto accade negli altri paesi europei.
Dite che il nostro contributo è modesto solo in base a considerazioni
di carattere etico?
Assolutamente no. Esistono analisi economiche
rigorose a sostegno di quanto diciamo. Jeffrey Sachs è autore di un libro di un certo successo anche
in Italia, pubblicato da Mondadori. Si chiama “La fine della povertà” e
afferma che investire in salute vuol dire investire nello sviluppo economico.
D’accordo, investire: ma quanto?
Il livello minimo
di risorse pubbliche da destinare alla salute dovrebbe essere di circa 30
dollari pro capite annuali. Consideri che con pochissime eccezioni, tutti
i paesi africani sono ben sotto quest’ordine di grandezza,
vicini ai 15 dollari l’anno per abitante. Un paese come l’India
investe 6 dollari pro capite anno.
E il resto?
Dovrebbe venire dai paesi sviluppati: il contributo
da parte dei paesi ricchi deve crescere. Ma non solo. E veniamo al secondo
problema che è di
tipo qualitativo.
Ci spieghi...
Riguarda il tipo di politiche. In questi anni,
l’Italia si è uniformata
alla politica di organizzazioni come la Banca Mondiale, privilegiando interventi
che a nostro parere non funzionano volte alla lotta a singole patologie
o a gruppi di malattie: dalla malaria all’aids, alla tubercolosi. Lo
stesso direi per altro genere di iniziative, messe in atto senza considerare
l’insieme
delle priorità reali dei paesi nei quali si interviene; penso, per
esempio, alla costruzione di alcuni ospedali anche da parte di organizzazioni
di cooperazione no profit…
Davvero contrastare la malaria è una scelta sbagliata?
È sbagliata
la politica che si concentra su singole problematiche: se do i soldi per malaria
o aids, chi si cura delle altre malattie? Invece di intervenire su specifiche
questioni sarebbe bene rafforzare il sistema sanitario nel suo complesso e
formare risorse umani locali.
Risorse umane locali che invece…
… fuggono
da questi paesi non sulle carrette del mare, ma con i biglietti aerei pagati
dai paesi in cui mancano gli operatori sanitari.
Perché vi siete rivolti al Governo Prodi con una lettera
aperta?
Perché ci aspetteremmo maggiore attenzione da questo Governo; almeno
a livello di ascolto notiamo maggiore interesse per i contenuti del nostro
appello.
Perdoni la domanda: ma è possibile dire a un cittadino italiano “diamo
più risorse ai paesi africani ed avremo minore immigrazione”?
Non
c’è dubbio: i livelli di disperazione generati da situazioni
di povertà estreme sono direttamente legate ai flussi migratori. Come
scriviamo nella nostra lettera, è tutto legato in un circolo vizioso:
la scia di sbarchi di immigrati è il simbolo di questa condizione. È l’umanità che
fugge dalle guerre, dalla povertà e dalla malattia, la povertà provocata
dalla guerra, la guerra generata dalla povertà, morte e malattia frutto
di entrambe, ed a loro volta fattori di povertà e conflitto.
6 dicembre 2006 |